Abe, Yasukuni, e la questione della memoria in Giappone

Guest Post di Matteo Dian*

Un sondaggio recente rivela che in Corea del Sud il primo ministro giapponese Abe Shinzo è meno popolare (o ancora più odiato) del leader nord coreano Kim Jong-un.  Come è possibile, considerando che Giappone e Corea del Sud sono altamente integrati dal punto di vista economico e sono entrambi alleati degli Stati Uniti dal dopoguerra?

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La spiegazione è strettamente legata al  “problema della memoria” giapponese.  Il Giappone è rinato dalle ceneri della Seconda Guerra mondiale sviluppando un identità pacifista e antimilitista, confermata da restrizioni molto forti nei confronti dell’uso della violenza negli affari internazionali, tra i quali spicca l’articolo nove della costituzione post-bellica, che vieta l’uso della forza e il mantenimento di ogni “potenziale bellico” .

Dopo il 1945 pacifismo e antimilitarismo sono stati associati ad una narrativa e ad una ricostruzione degli eventi legati al conflitto molto particolari .  L’élite politica giapponese con il contributo decisivo degli occupanti americani, ha identificato nei criminali di classe A del tribunale di Tokyo,  i veri colpevoli del conflitto.  Di conseguenza, sia il popolo comune (ippan kokumin) sia l’imperatore venivano considerati non colpevoli ma vittime. Hirohito era stato tradito da un elite che aveva proclamato una guerra in suo nome. Il popolo era doppiamente vittima: era stato spinto dai militaristi a sacrificarsi in una guerra impossibile da vincere e poi aveva dovuto subire i bombardamenti e le bombe atomiche americane.

Di conseguenza l’antimilitarismo post bellico è stato construito attorno al concetto del popolo vittima giapponese e  ai richiami alla pace universale ed al disarmo, non attorno alla colpa giapponese e al pentimento per i crimini di guerra e per l’imperialismo giapponesi. Ciò ha portato i giapponesi, per diversi decenni a negare o minimizzare i crimini di guerra commessi dall’esercito imperiale in Cina, Corea e Sud Est Asiatico.

La questione della memoria è diventata particolarmente divisiva dagli anni 90. Da un lato i governi progressisti (come quello del socialista Murayama Tomichii nel 1994  o del democratico Hatoyama Yukio nel 2009) hanno tentato di risolvere questo problema dichiarando in modo solenne la loro posizione di condanna verso il passato, per cercare di migliorare i rapporti con i vicini asiatici.

Ciò però ha contribuito all’ascesa della destra revisionista, ora guidata dal primo ministro Abe, che sostiene che il Giappone ha il diritto di celebrare coloro che si sono sacrificati in difesa della patria e dell’Imperatore.  La narrativa revisionist, inoltre, a tende a minimizzare i crimini di guerra giapponesi.

Il simbolo più evidente dell’adesione di Abe (come dei altri suoi predecessori quali Koizumi Yunichiro) alla narrativa revisionista  è la visita a Yasukuni, il tempio che conserva e onora  le anime dei soldati morti in difesa dell’imperatore, inclusi i 14 criminali di classe A del tribunale di Tokyo. Queste visite, l’ultima delle quali si è svolta a dicembre, rendono i rapporti bilaterali tra il Giappone e altri stati asiatici particolarmente difficili anche in presenza di forti forti legami economici e commerciali.

kamikaze

Statua del kamikaze nel museo Yushukan, nel complesso dello Yasukuni Shrine, Tokyo

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Entrata principale a Yasukuni, Tokyo

*Matteo Dian è professore a contratto di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Univesità di Bologna. Si occupa di teoria delle relazioni internazionali,  Asia orientale, politica estera giapponese e ruolo degli Stati Uniti in Asia.
E’ autore di The Evolution of the US-Japan alliance. The Eagle and the Chrysanthemum, Chandos Books, Oxford (UK).

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Comments

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