Top 5 by Venus in Arms – week 29

The enemy of your enemy is not necessarily your friend. That emerges quite clearly from a series of reports in the past few weeks that have been uncovering the nature of the opposition to IS influence in Iraq. Besides nominal allies in the region allegedly buying “IS oil”, the Shi’a Badr militias, once a staunch enemy, are now fighting against IS in Northern Iraq. No “formal” alliance in sight, but a lot of questions on who sides with whom.

In the meanwhile, President Obama is not the only one struggling with polls. Gordon Lubold reports that Defense Secretary Chuck Hagel’s rating among national security workers dropped to 26 %, according to a survey commissioned by DefenseOne.

Remaining in the US, former Undersecretary of Defense  William Lind, now leading Finmeccanica North America and DRS Technologies, argues that the “market for defense systems” is changing rapidly, and at the global level, and thus the Pentagon should adapt to the new realities: More attention to companies such as Google and Apple and less to the traditional military-industrial complex.

Asia-Pacific has been set to become the most relevant region of action for the foreign policy of quite a few US Administration by now, before chaos in the Middle East brought the focus back. Nonetheless, President Obama is reportedly re-pivoting to Asia. Carnegie Endownent’s Douglas Paal responds to key questions on how to interpret, and what to expect from, this (re) positioning.

Remaining in Asia, India is sometimes overlooked as attention mostly focuses on the Pacific.  And still, India has been long searching for international cooperation in defense matters. Russia has been once a key partner, the US has signed a military pact, and most recently Israel has been developing important ties in key sectors such as missiles and UAVs among others.

 

 

 

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Abe, Yasukuni, e la questione della memoria in Giappone

Guest Post di Matteo Dian*

Un sondaggio recente rivela che in Corea del Sud il primo ministro giapponese Abe Shinzo è meno popolare (o ancora più odiato) del leader nord coreano Kim Jong-un.  Come è possibile, considerando che Giappone e Corea del Sud sono altamente integrati dal punto di vista economico e sono entrambi alleati degli Stati Uniti dal dopoguerra?

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La spiegazione è strettamente legata al  “problema della memoria” giapponese.  Il Giappone è rinato dalle ceneri della Seconda Guerra mondiale sviluppando un identità pacifista e antimilitista, confermata da restrizioni molto forti nei confronti dell’uso della violenza negli affari internazionali, tra i quali spicca l’articolo nove della costituzione post-bellica, che vieta l’uso della forza e il mantenimento di ogni “potenziale bellico” .

Dopo il 1945 pacifismo e antimilitarismo sono stati associati ad una narrativa e ad una ricostruzione degli eventi legati al conflitto molto particolari .  L’élite politica giapponese con il contributo decisivo degli occupanti americani, ha identificato nei criminali di classe A del tribunale di Tokyo,  i veri colpevoli del conflitto.  Di conseguenza, sia il popolo comune (ippan kokumin) sia l’imperatore venivano considerati non colpevoli ma vittime. Hirohito era stato tradito da un elite che aveva proclamato una guerra in suo nome. Il popolo era doppiamente vittima: era stato spinto dai militaristi a sacrificarsi in una guerra impossibile da vincere e poi aveva dovuto subire i bombardamenti e le bombe atomiche americane.

Di conseguenza l’antimilitarismo post bellico è stato construito attorno al concetto del popolo vittima giapponese e  ai richiami alla pace universale ed al disarmo, non attorno alla colpa giapponese e al pentimento per i crimini di guerra e per l’imperialismo giapponesi. Ciò ha portato i giapponesi, per diversi decenni a negare o minimizzare i crimini di guerra commessi dall’esercito imperiale in Cina, Corea e Sud Est Asiatico.

La questione della memoria è diventata particolarmente divisiva dagli anni 90. Da un lato i governi progressisti (come quello del socialista Murayama Tomichii nel 1994  o del democratico Hatoyama Yukio nel 2009) hanno tentato di risolvere questo problema dichiarando in modo solenne la loro posizione di condanna verso il passato, per cercare di migliorare i rapporti con i vicini asiatici.

Ciò però ha contribuito all’ascesa della destra revisionista, ora guidata dal primo ministro Abe, che sostiene che il Giappone ha il diritto di celebrare coloro che si sono sacrificati in difesa della patria e dell’Imperatore.  La narrativa revisionist, inoltre, a tende a minimizzare i crimini di guerra giapponesi.

Il simbolo più evidente dell’adesione di Abe (come dei altri suoi predecessori quali Koizumi Yunichiro) alla narrativa revisionista  è la visita a Yasukuni, il tempio che conserva e onora  le anime dei soldati morti in difesa dell’imperatore, inclusi i 14 criminali di classe A del tribunale di Tokyo. Queste visite, l’ultima delle quali si è svolta a dicembre, rendono i rapporti bilaterali tra il Giappone e altri stati asiatici particolarmente difficili anche in presenza di forti forti legami economici e commerciali.

kamikaze

Statua del kamikaze nel museo Yushukan, nel complesso dello Yasukuni Shrine, Tokyo

Shrine

Entrata principale a Yasukuni, Tokyo

*Matteo Dian è professore a contratto di Relazioni Internazionali dell’Asia Orientale presso l’Univesità di Bologna. Si occupa di teoria delle relazioni internazionali,  Asia orientale, politica estera giapponese e ruolo degli Stati Uniti in Asia.
E’ autore di The Evolution of the US-Japan alliance. The Eagle and the Chrysanthemum, Chandos Books, Oxford (UK).

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