Tempi difficili: L’Agenda Politica del Nuovo Ministro degli Esteri

di Fabrizio Coticchia*

Il nuovo Ministro degli Esteri, in sostituzione di Federica Mogherini, ormai ufficialmente fuori dalla squadra del Governo Renzi, avendo assunto la carica di Alto Rappresentante della politica estera europea, si trova di fronte ad un elenco di urgenze da affrontare sin dai suoi primi passi.
Libia
Sebbene il livello d’interesse mediatico non corrisponda alla gravità della situazione sul terreno, il conflitto che da mesi devasta la Libia rappresenta una delle principali minacce per la sicurezza nazionale ed europea.

Il nuovo Ministro dovrà definire con chiarezza la strategia adottata per prevenire o arginare le conseguenze derivanti dall’arco d’instabilità che si protrae a tutto il Nord Africa e arriva oltre il Sahel.

Una particolare attenzione dovrà essere dedicata alla modalità con la quale l’Italia intende affrontare le “nuove minacce” alla sicurezza, dalle pandemie alla crescente peso della criminalità organizzata nel traffico di esseri umani, armi e droghe. Il recente passato fornisce un primo insegnamento rilevante: la risposta militare è di per sé insufficiente a risolvere il problema.

Isis
Il secondo contesto di crisi nel quale Roma si trova direttamente convolta è la “guerra all’Isis”.

Il drammatico scenario bellico presenta uno strano paradosso: alleati Nato (Turchia) che ostacolano nei fatti la resistenza all’Isis e attori, definiti da Unione europea (Ue) e Usa come “terroristi” (Hezbollah e Pkk), finora decisivi nel contrastare militarmente i jihadisti.

di Fabrizio Coticchia*

Al di là del controverso invio di armi ai combattenti peshmerga nel Kurdistan iracheno (a proposito, che fine hanno fatto quei vecchi sistemi d’arma? Sono arrivati a destinazione?) è chiaro che l’Italia e i suoi alleati dovranno sviluppare un approccio ben più ampio e complesso al problema.
Il nuovo Ministro dovrà decidere se dare continuità alle scelte da poco compiute (basate essenzialmente sull’addestramento delle forze irachene e sull’invio di mezzi e aiuti) oppure adottare una diversa strategia, sempre in linea con le istituzioni multilaterali di riferimento.

In ogni caso, il fallimento dell’intervento internazionale in Iraq e del processo politico seguente al ritiro delle forze occidentali rappresenta un’altra lezione fondamentale per il prossimo futuro.

Ucraina
Il terzo fronte “caldo” è quello Ucraino, nel quale il livello di conflittualità sul terreno non sembra svanire nonostante il cessate il fuoco e gli infruttuosi tentativi diplomatici che si sono rapidamente succeduti nel tempo.

La crisi in Europa orientale mette in luce le profonde difficoltà della politica estera europea e le sottostimate conseguenze del processo di allargamento della Nato.

All’interno dei suddetti framework multilaterali l’Italia è chiamata sempre di più a svolgere un ruolo di primo piano. La presenza di Federica Mogherini come Alto Rappresentante dell’Ue sarà senza dubbio un incentivo notevole verso tale direzione.

Oltre alle posizioni di rilievo nelle istituzioni comunitarie, l’Italia sarà chiamata a incrementare ove possibile la propria capacità d’influenza rispetto alle concrete scelte di politica estera dell’Ue.

Cooperazione allo sviluppo
Le decisioni strategiche, anche e soprattutto all’interno dei consessi multilaterali, dovranno essere collegate in modo coerente al tipo di strumento che l’Italia intende impiegare e al tipo di contributo che Roma è chiamata a fornire.

I constraints finanziari hanno notevolmente limitato nel recente passato la proiezione internazionale dell’Italia, a partire dalla sua struttura diplomatica. Si pensi soprattutto alle risorse destinate alla cooperazione internazionale, tagliate ferocemente negli ultimi anni e solo da poco tempo fortunatamente in ripresa.

In tal senso, la riforma del settore della cooperazione allo sviluppo  attraverso la nuova legge (attesa da più di due decenni) rappresenta uno dei maggiori traguardi raggiunti sul piano delle riforme interne attuate dai recenti governi.

Se le risorse destinate alla cooperazione sono sempre state storicamente limitate, il ruolo che hanno svolto le forze armate come asset principale della politica estera italiana nell’era post-bipolare è stato invece cruciale.

Per anni l’Italia ha fornito un contributo determinante alla sicurezza internazionale, inviando i propri soldati in tutti i principali fronti di crisi, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Somalia ai Balcani.

Ma il peso dell’eredità della Guerra Fredda non è stato cancellato del tutto, dal punto di vista culturale, organizzativo ed economico. Lo strumento militare nazionale non è infatti più sostenibile senza riforme drastiche, a partire dalla correzione dell’endemico squilibrio del suo bilancio.

La speranza è riposta nel nuovo Libro Bianco della Difesa (anche in questo caso, ben dodici anni di attesa) che finalmente consentirà di delineare obiettivi e caratteristiche delle nuove forze armate. La Farnesina dovrà quindi dedicare una particolare attenzione al processo di revisione strategica della difesa, favorendo sinergie e integrazione, ampliando lo sguardo anche alle sue componenti non militari.

Infine, soprattutto a livello di prestigio, credibilità internazionale e interna (dato la sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dell’argomento) il nuovo Ministro dovrà definitivamente risolvere il complesso “caso Marò”.

In conclusione, a fronte delle sfide urgenti e complesse che attendono il nuovo Ministro, la Farnesina è chiamata a sviluppare una nuova “narrazione strategica” che guidi l’Italia nel frammentato contesto internazionale attuale.

Una “trama” trasparente, coerente e convincente circa obiettivi e scopi della politica estera italiana, che permetta di alimentare il limitato dibattito nazionale sui temi globali e ottenere il consenso dell’opinione pubblica in merito alle difficili scelte di fondo da compiere.

 

*L’articolo è precedentemente apparso sul sito Affari Internazionali. Qui il link

 

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Smart Defence e CIMIC: la nuova sfida per le forze armate

Guest post by Giovambattista Palumbo*

L’Alleanza atlantica è ancora oggi tutt’altro che anacronistica.

Il riarmo della Russia, la sua annessione della Crimea e il perseguimento della cosiddetta dottrina Medvedev (il diritto-dovere di Mosca di intervenire a favore delle minoranze russe minacciate in altri Paesi) hanno mutato necessariamente la geostrategia atlantica. La Nato dunque deve adattarsi alle evoluzioni della politica internazionale.

Oggi la Nato si trova infatti di fronte a nuove sfide: minacce alla sicurezza informatica, crisi umanitarie, sfide nello spazio, energy security e il perseguimento del principio del “responsability to protect”, già fondamento giuridico per l’intervento in Libia. E la vera sfida è rappresentata senz’altro dalla priorità di arrivare alla realizzazione di quella “smart defence”[1] di cui si parla ormai da anni e di cui si è discusso anche durante tutti gli ultimi e più recenti summit Nato.

Il concetto di smart defence implica del resto una riorganizzazione di tutti gli asset Nato, sulla base delle risorse (effettivamente) disponibili dei singoli Stati e degli interessi condivisi. Le risorse finanziarie, come noto, sono infatti limitate. Ed oggi lo sono ancora di più.  A fronte del 4,8% di PIL riservato dagli USA alla Difesa, abbiamo una media europea dell’1,29% e l’Italia si attesta allo 0,87%.

E’ dunque oggi necessaria una pianificazione delle capacità militari, basata sulla cooperazione tra i paesi membri della Nato e la messa in comune di risorse nazionali per generare più efficaci sinergie (il cosiddetto pooling and sharing) e la specializzazione degli strumenti militari nazionali. In particolare nel campo della Difesa, poi, la spesa pubblica non strettamente necessaria è attualmente alquanto “impopolare”.

Se poi è vero che, storicamente, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto e finanziato la Nato in modo superiore a chiunque altro, è però anche vero che, oggi, gli Usa, sia per motivi economici che politici, non sono più disponibili a sostenere un tale impegno finanziario.

Il problema è dunque essenzialmente europeo ed è per questo giustamente oggetto di attenzione da parte dell’Agenzia europea di difesa (European Defence Agency – EDA), come dimostrato, per esempio, dalla creazione di un battlelab europeo per il contrasto agli IED. La Smart defence quindi, intesa come razionalizzazione ed un più accorto dispendio di energie e risorse individuali e collettive, attraverso la valorizzazione delle eccellenze nazionali, può trasformarsi da problema in occasione.

E per fare ciò deve essere chiaro che, prima della pianificazione del bilancio, è necessaria la condivisione dell’obiettivo politico- strategico. E il 2014 rappresenta senz’altro un anno cruciale per la ridefinizione di assetti e leadership.

In tale contesto, quindi, cosa può offrire il modello italiano? Sicuramente l’esperienza nel peacekeeping e nel Cimic. All’interno della cosiddetta Civil and military cooperation (Cimic) è dimostrata infatti l’efficacia della nostra metodologia. L’approccio italiano al Cimic, dunque, potrebbe rappresentare davvero uno dei contributi italiani fondamentali, peraltro davvero a basso costo, alla smart defence Nato.

A livello operativo, infatti, il CIMIC supporta nelle missioni internazionali (e tanti ancora sono i fronti aperti a cui le Forze Armate italiane stanno partecipando), una vasta gamma d’attività, tra cui: la comunicazione, lo scambio d’informazioni, il coordinamento e la stipula di accordi. La vera difficoltà (e il campo in cui sono possibili margini di miglioramento) consiste nel realizzare un efficace coordinamento tra forze militari, organismi politici, diplomatici e amministrativi, e le agenzie umanitarie.

La base di partenza consiste quindi nel comprendere la diversa natura degli obiettivi perseguiti dalle organizzazioni civili rispetto a quelli delle forze militari. Laddove, peraltro, ogni ONG è a sua volta caratterizzata da una propria cultura organizzativa e da diversità nazionali, professionali e istituzionali[2].

Nonostante queste differenze, ci sono comunque aspetti e caratteristiche che gli attori sia civili che militari devono avere. Principi comuni quali: sensibilità culturale verso usi e costumi e tradizioni locali, condivisione delle responsabilità, trasparenza, consenso e comunicazione efficiente. Anche gli attori umanitari civili, per conto loro, devono del resto superare, a volte, la loro incapacità a capire i meccanismi interni della struttura militare.

Una cosa è certa: entrambe le parti, militari e civili, devono essere equamente integrate nella missione. E in questo contesto la via italiana al peacekeeping mostra che i militari italiani hanno abilità, competenze e specificità che possono e devono essere valorizzate in funzione della smart defence Nato. I militari italiani si sono dimostrati infatti tra i più adatti ad operare nelle crisi complesse, distinguendosi per la capacità di trattativa e di negoziato con le parti coinvolte.

Altri elementi salienti, già tipici della “via italiana” al peacekeeping e comunque da valorizzare in funzione di smart defence sono:

  •  l’impiego di risorse umane e materiali commisurate alle necessità;
  •  la flessibilità ed adattabilità del meccanismo decisionale;
  •  la capacità di trattativa e di negoziato per promuovere il dialogo tra le parti in conflitto;
  •  l’importanza crescente del CIMIC e del ruolo dei civili.

Ed è proprio questo ultimo aspetto su cui è interessante appuntare l’attenzione.

La dottrina della NATO prevede infatti il coordinamento dei rapporti civili e militari lungo tutte le fasi di un conflitto. La NATO mette in atto il CIMIC come supporto ad un’azione militare, in modo che il Comandante possa interfacciarsi con tutti gli elementi civili presenti sul campo e questi vengano compresi nella pianificazione.

I comandanti ai diversi livelli sono del resto responsabili dell’implementazione del CIMIC, perseguendo la unity of efforts, anche al fine di avere una chiara comprensione di come l’ambiente civile influisca sulle operazioni militari e viceversa. Le risorse militari, sia umane che finanziarie, del resto, non dovrebbero essere utilizzate per lo svolgimento di compiti che non sono militari. Le parole chiave sono dunque selezione e concentrazione. Ed essendo le risorse per il CIMIC limitate, queste devono essere utilizzate per i compiti di priorità maggiore.

I Comandanti non possono (e non debbono) essere onniscienti. Per questo il Cimic si potrà avvalere degli Ufficiali della Riserva selezionata, giusto equilibrio tra competenze civili e modus agendi militare. E quindi, avvocati per la valutazione degli obblighi legali e delle questioni di diritto internazionale. Architetti ed ingegneri per la costruzione di infrastrutture (necessarie alla missione). Ed ogni altra professionalità di cui ci sia bisogno.

E dunque: selezione degli obiettivi, concentrazione delle risorse nel perseguimento degli effetti a maggiore impatto, competenza specialistica al servizio della missione. E ancora non basta. Sensibilità culturale verso i costumi, tradizioni e modi di vita locali. Capacità di stabilire, mantenere e rafforzare i rapporti tra civili e militari. Condivisione di obiettivi comuni al fine di condividere le responsabilità, assicurandosi la cooperazione volontaria delle organizzazioni civili con cui interagiscono le forze alleate. I compiti e le attività del CIMIC devono essere infine trasparenti, in modo da guadagnare la fiducia e la stima dell’ambiente civile. Il tutto con un sistema di comunicazione efficace con le autorità, le agenzie, le organizzazioni e la popolazione civile, al fine di mantenere il consenso e la collaborazione.

Insomma, obiettivi non da poco, in cui però le Forze Armate italiane sono già “maestre”.

[1] Il concetto di “smart defence” potrebbe essere tradotto in “difesa razionalizzata”.

[2] Tra gli aspetti distintivi che caratterizzano le ONG anche il fatto di lavorare attraverso un sistema di relazioni e di rete, coordinato a livello mondiale, continentale, nazionale e locale.

*Giovambattista Palumbo, è Capo team legale di un ufficio operativo dell’Agenzia delle Entrate e abilitato all’esercizio della professione di Avvocato. Nel 2008 e nel 2012 ha partecipato a Missioni della Commissione Europea, per la ricostruzione del sistema fiscale processuale in Kosovo e per l’armonizzazione comunitaria della legge Iva in Serbia. Nel 2011 è stato nominato consulente della Commissione bicamerale sull’Anagrafe Tributaria. A partire dal 2003 svolge un’intensa attività pubblicistica, sia attraverso la pubblicazione di articoli su Riviste specializzate, sia attraverso la pubblicazione di diversi libri con varie Case Editrici. Ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito ha partecipato alla predisposizione di progetti di riforma dei Codici penali militari e della procedura di dismissione del patrimonio immobiliare della Difesa.

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Cooperazione civile-militare. Un dibattito controverso

(Nato)

I prossimi giorni Venus in Arms ospiterà una serie di guest post che affronteranno lo spinoso e controverso tema della  cooperazione civile-militare. Un argomento che attira sempre più l’attenzione internazionale ma sembra rimanere avvolto nella nebbia del disinteresse nostrano per le questioni della difesa.

La discussione promossa da Venus in Arms accoglierà pareri diversi (se non opposti) attraverso contributi di esperti e di attori che lavorano da anni sul campo. L’obiettivo è indagare un tema, analizzato spesso superficialmente, fornendo prospettive distinte. Angoli di lettura che provengano da soggetti ed esperienze differenti. Non necessariamente per arrivare alla composizione delle diverse posizioni ma per porre in risalto la pluralità delle opinioni in uno scenario avaro di riflessione ed approfondimento.

Nelle missioni militari contemporanee è emersa con sempre più evidenza la volontà da parte delle forze armate occidentali di combinare la componente militare a quella politica, sociale ed economica. Le forze armate, in particolare quelle italiane, sono state impegnate da decenni in operazioni multidimensionali, da interventi di emergenza a missioni di peace-building. Nella operazioni di controinsorgenza, per esempio, la necessità è quella di conquistare “i cuori e le menti” della popolazione civile. Pertanto le attività di sviluppo sono decisive come quelle militari. Progetti volti a migliorare la qualità della vita del contesto di intervento sono una parte consistente dei task svolti sul terreno. Ciò ha portato ad una crescita significativa dell’attenzione sul tema (e delle risorse) destinate ad incrementare efficacia ed efficienza della cooperazione tra attori civili e militari. In tal senso, le attività “CIMIC” hanno rappresentato sempre di più un tratto distintivo delle operazioni nazionali in teatri di crisi.

Ma attorno alla natura, alla struttura e agli scopi della cooperazione civile-militare si è alimentato un controverso dibattito.  Aldilà della esausta e stucchevole retorica delle “missioni di pace” occorre approfondire l’argomento poiché le forze armate non si tramutate improvvisamente “operatori sociali”. La realtà è ben più complessa.

Quali sono i soggetti coinvolti in tali attività? Qual è il loro scopo? Conquistare il consenso della popolazione civile al fine di “vincere” o semplicemente assistere e aiutare? Si tratta della medesima cosa?  Che livello di interazione e collaborazione sussiste tra ONG, associazioni e forze armate? Le operazioni in Iraq, Libano e Afghanistan sembrano fornire un quadro diverso rispetto a tali quesiti. Esiste allora un “approccio nazionale” in materia?

Molti soggetti della cooperazione, in un contesto di crescenti tagli alle risorse, hanno ritenuto necessario mantenere una netta distinzione tra attività di aiuto allo sviluppo e operazioni militari. La nuova legge sulla cooperazione, che apre al ruolo di attori privati, sottolinea la separazione tra cooperazione allo sviluppo e interventi militari. Ma i confini tra i due ambiti, alla luce della natura delle operazioni contemporanee, appaiono ancora labili in assenza di riflessioni adeguate che permettano di comprendere l’evoluzione futura di questa relazione.

Le forze armate si devono dotare unicamente di strumenti propri? La relazione tra componenti civili e militari rappresenta un valore aggiunto per raggiungere il fine della missione o può divenire controproducente in un’ottica di sviluppo? Qual è il rapporto tra cultura militare e cultura della cooperazione in Italia?

Nei prossimi giorni Venus in Arms tenterà di fornire alcuni spunti per la discussione. Con contributi in inglese e in italiano.

Lo scopo del blog è alimentare il dibatto sulla difesa da prospettive diverse. Ulteriori contributi esterni sul tema sono quindi ben accetti.

Potete inviare il vostro contributo qui.

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Should I stay or Should I go. Analisi del decreto-legge di rifinanziamento delle missioni militari.

 

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Tra annunci e smentite di probabili tagli ai controversi F-35, è passato sotto silenzio il fatto che il Parlamento abbia approvato poche settimane fa il decreto-legge che “reca una serie di disposizioni volte ad assicurare, per il periodo 1° gennaio – 30 giugno 2014, la proroga della partecipazione del personale delle Forze armate e di polizia alle missioni internazionali, nonché la prosecuzione degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione”. In poche parole, le missioni internazionali sono state rifinanziate, attraverso il primo voto sul quale il governo Renzi ha posto la fiducia. Un dato interessante che evidenzia quanto il tradizionale consenso bipartisan sulla difesa, ancora esistente (il decreto è stato approvato alla Camera con 325 sì su 502 votanti), non sia forse così solido come un tempo (tutte le opposizioni hanno votato contro, ricorrendo anche all’ostruzionismo e portando l’esecutivo ad apporre la questione di fiducia).

Venus in Arms ha seguito il dibattito relativo al decreto ed esaminato il suo testo, pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 17 marzo (come legge n. 28 del 2014 di conversione del decreto legge n. 2 del 2014). L’analisi delle informazioni e delle cifre contenute nel documento non è compito semplice, come spesso avviene per la Difesa italiana, a partire dallo studio di un bilancio segnato costantemente da dati aggregati (tra Ministeri per esempio). Nonostante ciò, è possibile mettere in risalto alcuni aspetti (generali e specifici) degni di nota.

1.      Il primo dato rilevante è in realtà una carenza, in piena continuità con il passato. Come ha riconosciuto lo stesso Ministro della Difesa Pinotti, manca ancora una vera e propria “legge quadro” sulle missioni internazionali. Secondo il Ministro occorre colmare il “Vuoto normativo rispetto alla procedura da seguire in ordine alla deliberazione e all’autorizzazione di tali missioni”. Manca, in altre parole: “un quadro legislativo stabile che assicuri una disciplina uniforme da applicare in tutti i casi di partecipazione del personale militare alle missioni internazionali”. Il rifinanziamento, infatti, è ancora semestrale e le missioni sono accorpate tutte assieme. Studi recenti evidenziano come le procedure di autorizzazione di interventi militari oltre confine siano basate su norme costituzionali o sulla pratica consolidata, mentre il controllo parlamentare non può certo essere paragonato ad un’autorizzazione formale in caso di “guerra”.  È questo il motivo per il quale le missioni sono state generalmente approvate tramite decreti di rifinanziamento poi tramutati in legge. Addirittura, nella storia nazionale post-bellica il Parlamento ha approvato 49 missioni prima del loro dispiegamento, 11 in corso d’opera e ben 34 al termine delle attività sul campo. Mentre 30 interventi militari non sono mai stati sottoposti al vaglio delle Camere! Uno scenario che riserva spesso situazioni paradossali, come la mancata copertura finanziaria della partecipazione italiana alla missione in Afghanistan, durante i primi giorni di ottobre 2013. Il decreto di approvazione era scaduto a causa della contemporanea crisi del governo Letta. La letteratura ha più volte evidenziato come la perdurante assenza di una legge-quadro in materia: “rischia di generare ulteriori effetti collaterali e di impedire una discussione approfondita sugli aspetti politici e strategici di ogni operazione”. 

2.      Il fattore di maggiore novità della politica di difesa italiana nell’epoca post-bipolare è stato senza alcun dubbio il dinamismo delle sue forze armate. Da uno strumento militare statico, volto alla difesa (ipotetica e assai breve) del confine nord orientale, ad uno dinamico, proiettabile costantemente all’estero. In ogni rilevante crisi regionale i soldati italiani sono stati presenti, fornendo il proprio contributo, prima simbolico (Desert Storm) poi significativo (KFOR, UNIFIL, ISAF). Nel primo decennio del nuovo secolo l’Italia ha impiegato una media di 8000 soldati in missioni internazionali. Come emerge dal decreto e dai dati forniti dal Ministero della Difesa, negli ultimi anni si registra un calo degli effettivi, arrivando alle attuali 5000 unità. Il grafico sottostante evidenzia tale declino, imputabile a tre possibili fattori: la crisi finanziaria, il graduale ritiro dall’Afghanistan e (dato ancora da verificare empiricamente) una crescente opposizione dell’opinione pubblica a tali interventi, che nei decenni passati avevano spesso riscosso buoni livelli di consenso mentre negli ultimi anni sono stati invece segnati da un basso livello di supporto (Iraq, Libia, Afghanistan post 2009). In altre parole, i decision-makers nostrani appaiono più prudenti e talvolta restii (come emerso nelle crisi in Mali e Siria) a fornire “automaticamente” un contributo militare ad operazioni internazionali.

                                           Militari italiani impiegati in operazioni all’estero (2004-2014)

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                                            (Elaborazione di Venus in Arms, dati Ministero della Difesa)

3.      Analizzando la discussione che ha preceduto l’approvazione del decreto e le sue diverse voci, emergono alcuni fattori di continuità rispetto alle priorità geografiche dell’Italia (ISAF ed EUPOL in Afghanistan, UNIFIL in Libano, le varie missioni nel Mediterraneo, nei Balcani e nel Corno D’Africa). Ma al contempo sembra delinearsi (almeno nel dibattito) un elemento di novità: l’interesse crescente verso l’area del Sahel, caratterizzata da una forte instabilità in relazione a fenomeni quali la criminalità transnazionale, i traffici di persone, armi e stupefacenti, e il terrorismo (oltre alla rilevanza strategica dell’area). Per quanto diverse operazioni siano state finanziate dal decreto nella suddetta regione (MINUSTA e EUTM in Mali e EUCAP Sahel-Niger) pochissimi effettivi saranno dislocati nell’area, ancora remota in termini di presenza concreta della politica estera italiana. Al di là delle scelte che verranno compiute (le informazioni sul tema sono ancora nebulose), dovrà essere evitata una pericolosa discrasia tra ambizioni e risorse (EU style), e garantita una chiara direzione politica e strategica rispetto a obiettivi e strumenti rispetto alla (eventuale) presenza nazionale nella regione

4.      Un filo rosso che sembra legare le missioni finanziate dal decreto è la centralità del compito dell’addestramento delle forze di sicurezza locali. Si tratta di un vero e proprio core task per le forze armate italiane, che spesso guidano (come nel caso di EUTM Somalia) missioni volte a ricostruire le forze militari e di polizia nel paese oggetto di intervento. Negli ultimi decenni l’addestramento (anche grazie alla speciale “natura” dei Carabinieri) rappresenta una competenza (cruciale negli scenari bellici odierni) che le forze italiane hanno sviluppato ampiamente. La speranza è che i decisori siano consapevoli che limitate operazioni “tecniche” stile Security Sector Reform non bastano a risolvere le carenze di paesi che richiedono interventi politici nel medio e lungo periodo.

5.      Appaiono poi numerose le operazioni militari volte a contrastare minacce non militari, come l’immigrazione clandestina. A tal proposito, i fini e gli obiettivi della missione Mare Nostrum rimangono ancora poco chiari: protezione dei migranti? sorveglianza dei flussi? respingimenti? (a tal proposito è sempre bene ricordare come nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo intercettando e rinviando in Libia un gruppo di cittadini somali ed eritrei senza esaminare le loro necessità di protezione). La chiarezza di fini ed obiettivi delle missioni appare sempre un dato fondamentale, che spesso è stato disatteso dal dibattito nazionale.

6.      Ultimo aspetto, solo apparentemente secondario nel decreto: “i fondi destinati alle attività di cooperazione civile da parte dei contingenti militari a favore delle missioni in atto nei Balcani, in Libano, in Afghanistan e nel Corno d’Africa”. Dato che finalmente sembra sulla dirittura d’arrivo la nuova legge sulla Cooperazione italiana allo sviluppo (elaborata nel 1987, ai tempi in cui Baggio giocava ancora nella Fiorentina; al confronto i 12 anni dall’ultimo Libro Bianco sembrano una piccola pausa di riflessione), sarebbe opportuno promuovere una seria discussione sul (controverso) tema del rapporto tra attori civili e militari in materia di interventi di cooperazione.

In conclusione, è possibile affermare che i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro della politica di difesa italiana e delle sue missioni militari oltre confine. Il ritiro di gran parte del contingente nazionale all’Afghanistan alla fine dell’anno (a proposito, cosa sappiamo della nuova missione che sarà svolta post-2014?) richiederà una revisione complessiva degli impegni militari internazionali. La possibilità di alimentare finalmente un dibattito ampio e partecipato sui temi della sicurezza e della difesa (preliminare alla stesura del possibile nuovo Libro Bianco) è una condizione centrale per accompagnare adeguatamente i cambiamenti futuri.

 

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