I nodi della Difesa italiana

Prima della pausa estiva avevamo lasciato la Difesa italiana alle prese con molteplici fronti aperti: dall’elaborazione del Libro Bianco all’approvazione del decreto missioni, senza dimenticare il costante dibattito su tagli, spending review e F35. Nel frattempo, l’impegno militare nazionale in operazioni oltre confine è andato gradualmente riducendosi, in attesa del più ampio ritiro dall’Afghanistan previsto per la fine del 2014.

L’esplodere della crisi irachena ha costretto deputati e senatori a tornare anzitempo dalle ferie agostane per discutere dell’invio di armi ai “curdi” per combattere l’ISIS (da notare come i media forniscano maggiori dettagli dei diversi acronimi di ISIS/ISIL/IS rispetto al buio informativo che riguarda formazioni curde come PKK e YPG, decisive finora nel contrastare i jihadisti nella regione). A Settembre, con la piena ripresa dei lavori parlamentari, la Difesa italiana si trova così ad affrontare numerose questioni urgenti. Lo stato di palese “insostenibilità” dello strumento militare richiede decisioni fondamentali per il futuro di tutta la Difesa.

Come una sorta di agenda o promemoria vogliamo elencare schematicamente i nodi principali della Difesa, i temi che dovranno essere obbligatoriamente affrontati e discussi da qui al prossimo Natale.

  • Libro Bianco

Il Ministero della Difesa ha ormai avviato il processo di elaborazione di un nuovo Libro Bianco (dopo ben 12 anni di attesa!). Venus in Arms ha già commentato positivamente l’intenzione di alimentare un dibattito pubblico su questo tema. Le prime iniziative (alle quali abbiamo anche partecipato) hanno rappresentato un importante primo passo. Occorre però che la discussione non rimanga statica ma venga promossa e sostenuta con continuità. Le scelte che il documento strategico dovrà compiere sono decisive, in primis in relazione agli scopi che la Difesa nazionale si dovrà porre nel mutato contesto internazionale e alle strutture e agli approcci necessari per realizzarli.

  • F35

Il tema, scottante e controverso, è da mesi al centro del dibattito mediatico, e ci ricorda quanto la riflessione nazionale sia ancora guidata (principalmente) da considerazioni di carattere economico. Il Governo ha evidenziato come la decisione definitiva circa l’acquisizione di nuovi F35 (e di altri programmi militari rilevanti) dovrà essere condizionata dagli obiettivi strategici delineati dallo stesso Libro Bianco. In realtà la discussione parlamentare (con la recente mozione del PD tesa a dimezzare il budget finanziario previsto per i caccia, in linea con le conclusioni dell’indagine conoscitiva approvata in Commissione Difesa) sembra illustrare un percorso ben diverso. Le prossime scelte dell’esecutivo in materia di spending review potrebbero ancora coinvolgere i programmi militari (per quanto siano tutti concordi nel ritenere il bilancio “sbilanciato” verso le spese per il personale come il fattore cruciale dell’insostenibilità finanziaria della Difesa).

  • Missioni

Fino a un paio di anni fa, la media dei soldati impiegati in operazioni fuori area nel nuovo secolo si aggirava attorno alle 8-9.000 unità. I decreti di rifinanziamento delle missioni hanno mostrato la crescente riduzione del numero degli effettivi (poco più di 4.000), in attesa che venga completato il ritiro dall’Afghanistan (e stabilito il reale contributo della prossima operazione Resolute Support). In parallelo, il livello di approvazione dell’opinione pubblica rispetto alle missioni italiane nel nuovo secolo è stato generalmente basso, sicuramente inferiore a buona parte delle operazioni condotte negli anni Novanta. La crisi economica, il fallimento di interventi drammatici e costosi, la crescente difficoltà nel risolvere militarmente le crisi contemporanee e la perdurante mancanza di una nuova narrazione strategica che sostituisca l’ormai stanca e vuota retorica delle “missioni di pace”, rappresentano i fattori decisivi per comprendere la stanchezza del pubblico verso gli interventi all’estero. Nei prossimi giorni, intanto, i movimenti pacifisti e disarmisti torneranno in piazza a far valere la proprio voce (assai esile sul piano delle missioni, efficace finora sul quello delle spese militari). In generale, il ritiro dall’Afghanistan e l’apertura di nuove aree di crisi impongono un ripensamento dell’impegno nazionale all’estero. La diminuzione dei contingenti all’estero ha comunque già portato ad alcune conseguenze, iniziando a incidere sulla voce di bilancio (finora garantita dal Ministero dell’Economia e delle Finanze) relativa alle missioni. Proprio questo canale di finanziamento ad hoc si è rivelato cruciale nel garantire un adeguato livello di preparazione delle truppe e nel sostenere il processo di trasformazione della componente operativa delle forze armate italiane. La riduzione di tali risorse potrebbe avere conseguenze significative per il processo di evoluzione della Difesa. Dal punto di vista geopolitico, infine, i recenti decreti hanno evidenziato un crescente interesse verso l’area del Nord Africa e Sahel, sebbene con un numero di unità dislocate assai limitato. I prossimi mesi aiuteranno a capire il potenziale sviluppo di questo nuova direzione geografica per la politica di difesa italiana. Sarà soprattutto la situazione in Libia a dover essere monitorata con estrema attenzione, vista l’instabilità del paese e i molteplici interessi nazionali in gioco.

  • Iraq

Le ultime settimane hanno poi riportato al centro dell’attenzione generale il (mai sopito) conflitto in Iraq. La decisione di inviare armi per combattere l’ISIS è stata approvata a maggioranza dal Parlamento. È stato anche fornito il dettaglio del materiale in questione, sollevando alcune critiche rispetto a qualità e quantità dello stesso. Al momento sembra che l’Italia possa limitarsi a garantire un supporto in materia di training (uno degli asset principali della Difesa) e mezzi di trasporto. A breve conosceremo meglio le intenzioni del governo, anche in seguito alla definizione di una compiuta strategia da parte statunitense. Sicuramente, la volontà generale è quella di non ripetere gli errori devastanti del passato (fondamentali anche per capire la prudenza e la riluttanza di Washington nei confronti di un intervento più ampio sul terreno).

  • Europa e NATO

I contesti multilaterali di riferimento, infine, stanno vivendo un significativo momento di trasformazione. L’Italia, che ha visto Federica Mogherini assumere la carica di Alto Rappresentante, ha concentrato il proprio impegno europeo (al di là delle vitali questioni economiche) sul tema della gestione condivisa dei flussi migratori nel Mediterraneo. In pochi anni l’Italia è passata dai respingimenti in collaborazione con il feroce regime libico a una responsabilità maggiore attraverso la discussa missione “Mare Nostrum”.  In attesa di un approccio coerente e definitivo, conosceremo meglio le funzioni specifiche che svolgerà la nuova “Frontex Plus”. Nel frattempo, tra crisi in Ucraina e prossimo ritiro dall’Afghanistan, anche la NATO si trova di fronte alla necessità di ripensare e modificare il proprio approccio e la propria struttura. La trasformazione militare italiana è stata fortemente connessa al framework dell’Alleanza negli ultimi anni (a livello di operazioni, dottrina, addestramento, ecc.). L’evoluzione della NATO rappresenta, quindi, un tema decisivo per il futuro della Difesa.

In conclusione, i nodi che la Difesa italiana deve affrontare nelle prossime settimane sono molteplici e complessi. L’Italia è chiamata a completare finalmente il processo di superamento della pesantissima eredità della Guerra Fredda, portando a compimento la definita trasformazione dell’intero comparto della Difesa. Senza affrontare tutti gli ostacoli ancora posti dalle legacy bipolari (sul piano economico, culturale, organizzativo ed economico) nessuna riforma adeguata potrà mai essere realizzata.

Dalla sua nascita (sono quasi passati 6 mesi!) il nostro blog si è sempre posto l’obiettivo di promuovere il dibattito sulla Difesa e di rappresentare un forum di discussione sui temi della sicurezza e delle relazioni internazionali. Anche i prossimi mesi proseguiremo nel nostro intento iniziale, con qualche novità: amplieremo il sito con nuove sezioni tematiche e promuoveremo l’organizzazione di un workshop sullo stato della Difesa italiana (probabilmente a Novembre/Dicembre). Siete tutti invitati già da ora…

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Le Linee Guida del Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa

Sono state appena pubblicate sul sito del Ministero della Difesa le Linee Guida del “Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa“.

Come riportato dal Ministero, che dedica una pagina web ad hoc sul tema, il documento “costituisce il risultato di un’analisi preliminare finalizzata alla raccolta di un complesso di elementi di informazione e di valutazione quanto mai ampio e diversificato, ai fini della successiva fase di elaborazione di un “Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa”. Il lavoro svolto ha consentito anche di rendere evidenti i “grandi interrogativi” che sottendono alla sicurezza e difesa nazionale ed al futuro delle Forze armate, cui sarà necessario dare precisa risposta.  Il fine dell’intero processo consiste nella definizione degli obiettivi che il Paese intende perseguire, delle modalità e degli strumenti da utilizzare per la protezione e la tutela dei suoi cittadini, del territorio, degli interessi vitali e strategici e dei valori nazionali“.

Nel sito trovate infatti anche i risultati di un convegno di studi che ha raccolto alcuni esperti (Venus in Arms era presente..) i quali hanno elaborato una serie di analisi e raccomandazioni preliminari alla fase di elaborazione del Libro Bianco.

Le schematiche Linee Guida sono composte da 90 punti, suddivisi per marco-temi, tra i quali emergono: “il contesto globale”, “gli interessi nazionali”, “i compiti e la configurazione della forze armate”, “i futuri modelli operativi”, “la struttura organizzativa” e “l’acquisizione di capacità”. Al termine del documento troverete un glossario di termini-chiave.

Preliminarmente all’analisi dei suddetti punti, occorre rilevare due aspetti rilevanti:

1) Il processo che porterà all’elaborazione del Libro Bianco appare impostato secondo una corretta e apprezzabile trasparenza di fondo (alla mail librobianco@difesa.it potete anche inviare i vostri contributi per la riflessione). Al di là di quelli che saranno gli strumenti e i  mezzi effettivi con i quali sarà strutturato l’intero percorso, l’approccio sembra finalmente quello giusto. La necessità di alimentare un dibatitto ampio ed inclusivo parallelo alla definizione del documento è una priorità apparentemente condivisa. La speranza è che le premesse vengano mantenute anche nei prossimi mesi, sia nel coinvolgimento di esperti, società civile e opinione pubblica, sia rispetto al ruolo del Parlamento.

2) Partire dal quadro internazionale attuale, dalla definizone degli interessi e delle minacce, dagli obiettivi strategici nazionali può sembrare una banalità quando si affronta un nuovo Libro Bianco. Ma in un contesto segnato da una carenza endemica di cultura strategica e di riflessione guidata in primis da aspetti economici, questo approccio può aiutare ad orientare il dibattito verso una prospettiva più adeguata alla formazione di un corpo dotrinale.

 

Venus in Arms seguirà da vicino il percorso che porterà all’elaborazione del Libro Bianco, ospitando analisi e riflessioni. Il blog è naturalmente aperto ad ogni contributo rilevante in materia (sia attraverso i commenti che tramite la mail info@venusinarms.com).

 

 

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Il potere aereo e l’Italia: un volume e un convegno allo IAI

Guest Post by Carolina de Simone*

L’Istituto Affari Internazionali ha di recente presentato durante una conferenza a Roma i risultati dello studio“Il ruolo dei velivoli da combattimento italiani nelle missioni internazionali: trend e necessità”, che sarà disponibile sul sito dello IAI in versione integrale nei prossimi giorni. Il team di ricerca del programma Sicurezza e Difesa dello IAI ha affrontato il tema dell’impiego della componente aerea nelle MOOTW (Military Operations Other Than War), più comunemente note come “missioni internazionali”, nelle quali l’Italia è stata impegnata dalla fine del confronto bipolare.

Il principale obiettivo dello studio è esaminare le esigenze operative delle forze armate italiane in materia di velivoli da combattimento nei prossimi anni (2015-2025), a partire dall’analisi delle tendenze recenti, e di comprendere come soddisfarle nella maniera più efficace e finanziariamente sostenibile. L’Aeronautica e la Marina militare in particolare dovranno infatti procedere nei prossimi anni alla dismissione e alla sostituzione di una parte significativa dell’attuale flotta di velivoli, a causa della progressiva obsolescenza dei mezzi oggi in dotazione. A sua volta, la ricerca si inserisce nel contesto di un più ampio tentativo di incoraggiare in Italia il dibattito sui temi della difesa, colmando in questo modo lo scarto tra il livello operativo e quello della decisione politica e del dibattito pubblico, che si manifesta specialmente in occasione del riaccendersi del confronto politico su alcuni dossier, come avvenuto di recente nel caso della discussione sull’opportunità o meno di confermare gli impegni sottoscritti ormai diversi anni fa dal paese nel quadro del programma F-35, e ribaditi nel corso degli anni da maggioranze politiche di diverso colore.

In apertura lo studio passa in rassegna le principali operazioni nelle quali l’Italia ha impiegato le proprie capacità aeree negli ultimi ventiquattro anni (Iraq 1990-1991, Bosnia-Erzegovina 1993-1998, Kosovo 1999, Afghanistan 2001-2014, Libia 2011), schierando oltre 100 velivoli tra cui Tornado, AMX, F-104, AV-8B, F-16 ed Eurofighter, e realizzando più di 13.000 sortite, per un totale di circa 36.000 ore di volo. A testimonianza dell’elevato grado di integrazione del paese nell’ONU e nell’Alleanza Atlantica, gli autori sottolineano come l’utilizzo dei velivoli abbia avuto luogo nell’90% dei casi in operazioni organizzate con l’avallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e nell’ nell’80% delle circostanze nell’ambito di una catena di comando e controllo NATO.

Dopo una breve disamina dei fondamenti e dell’evoluzione della dottrina del cosiddetto “potere aereo” alla luce delle recenti necessità operative, lo studio si concentra su due scenari immaginari di possibile impiego futuro di velivoli da combattimento, relativi rispettivamente alla creazione e al mantenimento di una “no-fly-zone” a protezione della popolazione civile, e alla fornitura di supporto aereo ad operazioni di terra, al fine di individuare quali siano le esigenze future delle forze armate italiane. Entrambe le ipotesi di impiego sono riconducibili a possibili crisi in aree geografiche di interesse per l’Italia, ad esempio il Nordafrica, il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente.

Al termine di questo esercizio, gli autori procedono poi con la formulazione di quattro quesiti sulle quali le autorità politiche e militari dovrebbero interrogarsi. Il primo è volto a comprendere se la partecipazione italiana alle missioni – anche attraverso la componente aerea – tuteli gli interessi nazionali. In base allo studio, benchè naturalmente non sia agevole fornire una risposta univoca a tale interrogativo, l’impegno profuso dal paese ha contribuito a soddisfare gli interessi del paese sia in maniera diretta, come avvenuto in occasione delle operazioni di stabilizzazione degli anni ’90 nei Balcani occidentali, un’area di crisi nelle immediate vicinanze dei confini italiani, sia in modo indiretto, come nel caso della partecipazione alla missione in Afghanistan, che ha rappresentato secondo gli autori un investimento in una sorta di “polizza di assicurazione” NATO per la sicurezza nazionale utilizzabile in futuro, qualora il quadro della sicurezza internazionale dovesse sensibilmente mutare. Inoltre, il contributo italiano alle missioni internazionali ha permesso all’Italia di accumulare gradualmente un certo capitale politico e di credibilità, utile a sostenere le priorità della politica estera di Roma sia all’interno delle organizzazioni internazionali che al di là di queste ultime.

Al secondo interrogativo, finalizzato ad individuare il tipo di capacità aeree di cui necessiti l’Italia per poter continuare a prendere parte alle missioni internazionali – una volta stabilito che queste ultime siano effettivamente funzionali al perseguimento delle priorità di politica estera del paese – la ricerca risponde individuando cinque elementi fondamentali di cui la componente aerea deve disporre: interoperabilità con gli alleati, capacità net-centriche, bassa osservabilità, munizionamento di precisione per ridurre i danni collaterali ed elevata deployability, ossia la possibilità di proiettare le forze aeree oltre il territorio nazionale a distanza strategica.

In riferimento alla terza domanda, che mira a vagliare le opzioni di procurement disponibili per dotarsi delle capacità richieste, preso atto dell’attuale impraticabilità, in primis politica,  di un’iniziativa a livello europeo finalizzata alla realizzazione di un aereo di quinta ed ultima generazione, i ricercatori dello IAI provano ad esaminare l’ipotesi di una trasformazione dell’attuale Eurofighter, un velivolo concepito alla fine degli anni ’80 per altre funzioni. Svilupparne una versione da attacco al suolo che possa garantire prestazioni in linea con quelle dei cacciabombardieri di quinta generazione comporterebbe però oggi per i paesi europei un investimento ingente e poco conveniente in ragione dell’assenza di economie di scala, peraltro in un arco temporale di molti anni.

L’unica opzione realisticamente percorribile in Italia al momento, secondo lo studio, è dunque quella di continuare a partecipare al programma di acquisizione degli aerei F-35. Il progetto presenta senza dubbio dei punti critici: alcuni dei problemi tecnici riscontrati sono realmente fondati, ma costituiscono probabilmente delle difficoltà proprie di ogni progetto ad alto contenuto tecnologico, che vengono solitamente trattate e risolte in sede di attività di sviluppo e collaudo. Inoltre, il programma solleva anche altre questioni, quali ad esempio quella dello scarso trasferimento della tecnologia più avanzata dagli Stati Uniti agli altri partner, o della tipologia contrattuale prevista per la stipula degli accordi con i fornitori.

Tuttavia, gli aspetti positivi sembrano nel complesso superare i punti deboli del progetto. Tra questi ultimi vi sono per esempio l’interoperabilità, assicurata dalla presenza nel programma di altri 12 paesi partner, di cui 7 membri NATO, la net-centricità e la bassa osservabilità, garantite dal fatto che l’aereo sia stato concepito alla fine degli anni ’90 già come velivolo di quinta generazione, ed un maggiore livello di deployability. Infine, un altro vantaggio legato al programma è il significativo ritorno tecnologico per l’industria italiana dell’aerospazio e difesa, non solo per le grandi imprese, ma anche per le piccole e medie e l’indotto, nonché naturalmente per lo stabilimento FACO di Cameri (Novara), che sarebbe impossibile garantire in altro modo – la ricerca, peraltro, dedica agli aspetti industriali uno specifico capitolo.

Infine, il quarto quesito mira a valutare se sia preferibile acquistare F-35 “chiavi in mano” oppure partecipare al programma multinazionale di acquisizione: in base all’analisi contenuta nello studio, la seconda opzione risulta più vantaggiosa. Prendere parte al progetto sin dalle fasi iniziali consente al paese di ricevere ulteriori garanzie sulla possibilità di disporre effettivamente dei velivoli in tempo utile per sostituire la flotta precedente (evitando così costi aggiuntivi di leasing di assetti da altri paesi, ai quali l’Italia ha dovuto fare ricorso in passato), di aumentare le capacità di modificare ed aggiornare l’aereo in base alle proprie necessità, e ai piloti italiani di iniziare il prima possibile l’addestramento congiunto con gli altri equipaggi, guadagnandone così in fatto di interoperabilità. A fronte di oneri finanziari iniziali più elevati, connessi alle attività di ricerca e sviluppo e agli investimenti nella costruzione dell’impianto di Cameri, infatti, l’Italia potrebbe beneficiare in futuro del fatto di poter contare su un sito già attrezzato per le attività di manutenzione, riparazione e aggiornamento per dei velivoli con un ciclo di vita operativo stimato di circa 35-40 anni. Da ultimo, far parte di un progetto multinazionale permette all’Italia di rafforzare i legami politici con i paesi partner e con l’alleato statunitense.

Discutere oggi delle capacità aeree delle forze armate italiane, e quindi del programma F-35, in un’ottica di più lungo periodo, evitando le sollecitazioni dell’attualità politica contingente non è compito facile. Al di là delle singole opinioni sul programma F-35 in generale o su singoli aspetti di esso, per una riflessione più consapevole è auspicabile però che si compia un passo indietro e ci si concentri sulle ragioni di fondo che hanno orientato finora e dovranno guidare in futuro le scelte dell’Italia nel campo della sicurezza internazionale.

* Carolina De Simone is currently a PhD Candidate in International Relations at the LSE – London School of Economics and Political Science, and a Junior Researcher in the Security and Defence Programme of the Istituto Affari Internazionali (IAI)

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Smart Defence e CIMIC: la nuova sfida per le forze armate

Guest post by Giovambattista Palumbo*

L’Alleanza atlantica è ancora oggi tutt’altro che anacronistica.

Il riarmo della Russia, la sua annessione della Crimea e il perseguimento della cosiddetta dottrina Medvedev (il diritto-dovere di Mosca di intervenire a favore delle minoranze russe minacciate in altri Paesi) hanno mutato necessariamente la geostrategia atlantica. La Nato dunque deve adattarsi alle evoluzioni della politica internazionale.

Oggi la Nato si trova infatti di fronte a nuove sfide: minacce alla sicurezza informatica, crisi umanitarie, sfide nello spazio, energy security e il perseguimento del principio del “responsability to protect”, già fondamento giuridico per l’intervento in Libia. E la vera sfida è rappresentata senz’altro dalla priorità di arrivare alla realizzazione di quella “smart defence”[1] di cui si parla ormai da anni e di cui si è discusso anche durante tutti gli ultimi e più recenti summit Nato.

Il concetto di smart defence implica del resto una riorganizzazione di tutti gli asset Nato, sulla base delle risorse (effettivamente) disponibili dei singoli Stati e degli interessi condivisi. Le risorse finanziarie, come noto, sono infatti limitate. Ed oggi lo sono ancora di più.  A fronte del 4,8% di PIL riservato dagli USA alla Difesa, abbiamo una media europea dell’1,29% e l’Italia si attesta allo 0,87%.

E’ dunque oggi necessaria una pianificazione delle capacità militari, basata sulla cooperazione tra i paesi membri della Nato e la messa in comune di risorse nazionali per generare più efficaci sinergie (il cosiddetto pooling and sharing) e la specializzazione degli strumenti militari nazionali. In particolare nel campo della Difesa, poi, la spesa pubblica non strettamente necessaria è attualmente alquanto “impopolare”.

Se poi è vero che, storicamente, gli Stati Uniti hanno sempre sostenuto e finanziato la Nato in modo superiore a chiunque altro, è però anche vero che, oggi, gli Usa, sia per motivi economici che politici, non sono più disponibili a sostenere un tale impegno finanziario.

Il problema è dunque essenzialmente europeo ed è per questo giustamente oggetto di attenzione da parte dell’Agenzia europea di difesa (European Defence Agency – EDA), come dimostrato, per esempio, dalla creazione di un battlelab europeo per il contrasto agli IED. La Smart defence quindi, intesa come razionalizzazione ed un più accorto dispendio di energie e risorse individuali e collettive, attraverso la valorizzazione delle eccellenze nazionali, può trasformarsi da problema in occasione.

E per fare ciò deve essere chiaro che, prima della pianificazione del bilancio, è necessaria la condivisione dell’obiettivo politico- strategico. E il 2014 rappresenta senz’altro un anno cruciale per la ridefinizione di assetti e leadership.

In tale contesto, quindi, cosa può offrire il modello italiano? Sicuramente l’esperienza nel peacekeeping e nel Cimic. All’interno della cosiddetta Civil and military cooperation (Cimic) è dimostrata infatti l’efficacia della nostra metodologia. L’approccio italiano al Cimic, dunque, potrebbe rappresentare davvero uno dei contributi italiani fondamentali, peraltro davvero a basso costo, alla smart defence Nato.

A livello operativo, infatti, il CIMIC supporta nelle missioni internazionali (e tanti ancora sono i fronti aperti a cui le Forze Armate italiane stanno partecipando), una vasta gamma d’attività, tra cui: la comunicazione, lo scambio d’informazioni, il coordinamento e la stipula di accordi. La vera difficoltà (e il campo in cui sono possibili margini di miglioramento) consiste nel realizzare un efficace coordinamento tra forze militari, organismi politici, diplomatici e amministrativi, e le agenzie umanitarie.

La base di partenza consiste quindi nel comprendere la diversa natura degli obiettivi perseguiti dalle organizzazioni civili rispetto a quelli delle forze militari. Laddove, peraltro, ogni ONG è a sua volta caratterizzata da una propria cultura organizzativa e da diversità nazionali, professionali e istituzionali[2].

Nonostante queste differenze, ci sono comunque aspetti e caratteristiche che gli attori sia civili che militari devono avere. Principi comuni quali: sensibilità culturale verso usi e costumi e tradizioni locali, condivisione delle responsabilità, trasparenza, consenso e comunicazione efficiente. Anche gli attori umanitari civili, per conto loro, devono del resto superare, a volte, la loro incapacità a capire i meccanismi interni della struttura militare.

Una cosa è certa: entrambe le parti, militari e civili, devono essere equamente integrate nella missione. E in questo contesto la via italiana al peacekeeping mostra che i militari italiani hanno abilità, competenze e specificità che possono e devono essere valorizzate in funzione della smart defence Nato. I militari italiani si sono dimostrati infatti tra i più adatti ad operare nelle crisi complesse, distinguendosi per la capacità di trattativa e di negoziato con le parti coinvolte.

Altri elementi salienti, già tipici della “via italiana” al peacekeeping e comunque da valorizzare in funzione di smart defence sono:

  •  l’impiego di risorse umane e materiali commisurate alle necessità;
  •  la flessibilità ed adattabilità del meccanismo decisionale;
  •  la capacità di trattativa e di negoziato per promuovere il dialogo tra le parti in conflitto;
  •  l’importanza crescente del CIMIC e del ruolo dei civili.

Ed è proprio questo ultimo aspetto su cui è interessante appuntare l’attenzione.

La dottrina della NATO prevede infatti il coordinamento dei rapporti civili e militari lungo tutte le fasi di un conflitto. La NATO mette in atto il CIMIC come supporto ad un’azione militare, in modo che il Comandante possa interfacciarsi con tutti gli elementi civili presenti sul campo e questi vengano compresi nella pianificazione.

I comandanti ai diversi livelli sono del resto responsabili dell’implementazione del CIMIC, perseguendo la unity of efforts, anche al fine di avere una chiara comprensione di come l’ambiente civile influisca sulle operazioni militari e viceversa. Le risorse militari, sia umane che finanziarie, del resto, non dovrebbero essere utilizzate per lo svolgimento di compiti che non sono militari. Le parole chiave sono dunque selezione e concentrazione. Ed essendo le risorse per il CIMIC limitate, queste devono essere utilizzate per i compiti di priorità maggiore.

I Comandanti non possono (e non debbono) essere onniscienti. Per questo il Cimic si potrà avvalere degli Ufficiali della Riserva selezionata, giusto equilibrio tra competenze civili e modus agendi militare. E quindi, avvocati per la valutazione degli obblighi legali e delle questioni di diritto internazionale. Architetti ed ingegneri per la costruzione di infrastrutture (necessarie alla missione). Ed ogni altra professionalità di cui ci sia bisogno.

E dunque: selezione degli obiettivi, concentrazione delle risorse nel perseguimento degli effetti a maggiore impatto, competenza specialistica al servizio della missione. E ancora non basta. Sensibilità culturale verso i costumi, tradizioni e modi di vita locali. Capacità di stabilire, mantenere e rafforzare i rapporti tra civili e militari. Condivisione di obiettivi comuni al fine di condividere le responsabilità, assicurandosi la cooperazione volontaria delle organizzazioni civili con cui interagiscono le forze alleate. I compiti e le attività del CIMIC devono essere infine trasparenti, in modo da guadagnare la fiducia e la stima dell’ambiente civile. Il tutto con un sistema di comunicazione efficace con le autorità, le agenzie, le organizzazioni e la popolazione civile, al fine di mantenere il consenso e la collaborazione.

Insomma, obiettivi non da poco, in cui però le Forze Armate italiane sono già “maestre”.

[1] Il concetto di “smart defence” potrebbe essere tradotto in “difesa razionalizzata”.

[2] Tra gli aspetti distintivi che caratterizzano le ONG anche il fatto di lavorare attraverso un sistema di relazioni e di rete, coordinato a livello mondiale, continentale, nazionale e locale.

*Giovambattista Palumbo, è Capo team legale di un ufficio operativo dell’Agenzia delle Entrate e abilitato all’esercizio della professione di Avvocato. Nel 2008 e nel 2012 ha partecipato a Missioni della Commissione Europea, per la ricostruzione del sistema fiscale processuale in Kosovo e per l’armonizzazione comunitaria della legge Iva in Serbia. Nel 2011 è stato nominato consulente della Commissione bicamerale sull’Anagrafe Tributaria. A partire dal 2003 svolge un’intensa attività pubblicistica, sia attraverso la pubblicazione di articoli su Riviste specializzate, sia attraverso la pubblicazione di diversi libri con varie Case Editrici. Ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito ha partecipato alla predisposizione di progetti di riforma dei Codici penali militari e della procedura di dismissione del patrimonio immobiliare della Difesa.

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Cooperazione civile-militare. Un dibattito controverso

(Nato)

I prossimi giorni Venus in Arms ospiterà una serie di guest post che affronteranno lo spinoso e controverso tema della  cooperazione civile-militare. Un argomento che attira sempre più l’attenzione internazionale ma sembra rimanere avvolto nella nebbia del disinteresse nostrano per le questioni della difesa.

La discussione promossa da Venus in Arms accoglierà pareri diversi (se non opposti) attraverso contributi di esperti e di attori che lavorano da anni sul campo. L’obiettivo è indagare un tema, analizzato spesso superficialmente, fornendo prospettive distinte. Angoli di lettura che provengano da soggetti ed esperienze differenti. Non necessariamente per arrivare alla composizione delle diverse posizioni ma per porre in risalto la pluralità delle opinioni in uno scenario avaro di riflessione ed approfondimento.

Nelle missioni militari contemporanee è emersa con sempre più evidenza la volontà da parte delle forze armate occidentali di combinare la componente militare a quella politica, sociale ed economica. Le forze armate, in particolare quelle italiane, sono state impegnate da decenni in operazioni multidimensionali, da interventi di emergenza a missioni di peace-building. Nella operazioni di controinsorgenza, per esempio, la necessità è quella di conquistare “i cuori e le menti” della popolazione civile. Pertanto le attività di sviluppo sono decisive come quelle militari. Progetti volti a migliorare la qualità della vita del contesto di intervento sono una parte consistente dei task svolti sul terreno. Ciò ha portato ad una crescita significativa dell’attenzione sul tema (e delle risorse) destinate ad incrementare efficacia ed efficienza della cooperazione tra attori civili e militari. In tal senso, le attività “CIMIC” hanno rappresentato sempre di più un tratto distintivo delle operazioni nazionali in teatri di crisi.

Ma attorno alla natura, alla struttura e agli scopi della cooperazione civile-militare si è alimentato un controverso dibattito.  Aldilà della esausta e stucchevole retorica delle “missioni di pace” occorre approfondire l’argomento poiché le forze armate non si tramutate improvvisamente “operatori sociali”. La realtà è ben più complessa.

Quali sono i soggetti coinvolti in tali attività? Qual è il loro scopo? Conquistare il consenso della popolazione civile al fine di “vincere” o semplicemente assistere e aiutare? Si tratta della medesima cosa?  Che livello di interazione e collaborazione sussiste tra ONG, associazioni e forze armate? Le operazioni in Iraq, Libano e Afghanistan sembrano fornire un quadro diverso rispetto a tali quesiti. Esiste allora un “approccio nazionale” in materia?

Molti soggetti della cooperazione, in un contesto di crescenti tagli alle risorse, hanno ritenuto necessario mantenere una netta distinzione tra attività di aiuto allo sviluppo e operazioni militari. La nuova legge sulla cooperazione, che apre al ruolo di attori privati, sottolinea la separazione tra cooperazione allo sviluppo e interventi militari. Ma i confini tra i due ambiti, alla luce della natura delle operazioni contemporanee, appaiono ancora labili in assenza di riflessioni adeguate che permettano di comprendere l’evoluzione futura di questa relazione.

Le forze armate si devono dotare unicamente di strumenti propri? La relazione tra componenti civili e militari rappresenta un valore aggiunto per raggiungere il fine della missione o può divenire controproducente in un’ottica di sviluppo? Qual è il rapporto tra cultura militare e cultura della cooperazione in Italia?

Nei prossimi giorni Venus in Arms tenterà di fornire alcuni spunti per la discussione. Con contributi in inglese e in italiano.

Lo scopo del blog è alimentare il dibatto sulla difesa da prospettive diverse. Ulteriori contributi esterni sul tema sono quindi ben accetti.

Potete inviare il vostro contributo qui.

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Spending Review della Difesa: i numeri di Cottarelli

Mercoledì 23 Aprile, le Commissioni riunite di Difesa di Camera e Senato hanno svolto l’audizione del Commissario straordinario del Governo per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, sul processo di spending review. Un argomento sempre “caldo” nel dibattito attuale, anche alla luce delle recenti indiscrezioni circa il possibile dimezzamento dell’acquisto dei controversi caccia F-35.

L’audizione del Commissario Cottarelli ha riservato diversi spunti interessanti per la discussione, che si auspica possa essere la più ampia e trasparente possibile, soprattutto in vista dell’elaborazione del nuovo Libro Bianco.

Come giustamente ricordato dalla Rivista Italiana Difesa, la speranza è quella di avviare, per la prima volta, “un grande dibattito nel nostro Paese sui temi della politica di sicurezza e difesa”. Da tempo poi molti invocano una maggiore certezza delle risorse finanziarie nel medio-lungo periodo attraverso una programmazione meno estemporanea (un “piano quinquennale”?).

Quali sono allora gli elementi rilevanti dell’audizione di Cottarelli (qui il video) e degli interventi successivi in Commissione? In primo luogo i numeri.

Al fine di capire “quanto” spende l’Italia per la Difesa, il Commissario confronta la spesa nazionale con quella dei principali paesi Euro. Una comparazione che attiene alla Funzione Difesa e al complesso delle spese e non valuta specifici programmi d’investimento. Cottarelli indica quattro aspetti preliminari che dobbiamo considerare per confrontare adeguatamente la spesa italiana con quella internazionale:

  1. “Depurare i dati”: Nell’analisi di Cottarelli le spese per la Difesa del 20013 non comprendono le voci relative ai Carabinieri ma considerano sia i costi per le missioni internazionali sia il budget per i programmi militari del Mise. La cifra relativa al 2013 risulta allora di 18 – 18,5 miliardi di euro. L’1 – 1,15% del PIL. (Aldilà dei numeri, l’audizione conferma la necessità fondamentale di disaggregare i dati per uno studio approfondito delle spese della Difesa e anche di una sua prospettiva comparata. Per un approfondimento si veda qui)
  2. “I vincoli”. Se confrontiamo diversi paesi dobbiamo tenere in considerazione i vincoli di bilancio che ogni nazione si trova ad avere. In altre parole, cosa ognuno si “può permettere”. La spesa per interessi in Italia è più alta del 2,5% rispetto a quella degli altri paesi considerati. Senza parlare del debito pubblico. Lo spazio per altre forme di spesa primaria è di conseguenza assai limitato.
  3. “Riduzione generalizzata della spesa primaria”. Anche gli altri paesi stanno attuando processi (significativi) di riduzione della spesa. Quindi il confronto avviene con una realtà non statica ma in “movimento”. Un processo metodologicamente complesso.
  4. “Il PIL potenziale”. Il prodotto interno lordo italiano è generalmente più basso di quello degli altri paesi analizzati, a causa della stringente crisi economica. Ciò naturalmente, anche in ottica futura, ha un peso considerevole per lo studio del bilancio.

Tenendo in considerazione tutti questi fattori, Cottarelli arriva a individuare un “benchmark di spesa” con il quale confrontarsi dello 0,9%. Un dato inferiore a quello sopra indicato dell’1,15%. Diversamente da una visione corrente, quindi, ci sarebbe una fetta (di circa lo 0,2%, circa 3 miliardi di euro) da ridurre per quanto riguarda la Funzione Difesa.

In altre parole, quella che viene chiamata “spesa benchmark area Euro” è di fatto più bassa di quella italiana. È questa differenza (lo 0,2% appunto) che il Commissario suggerisce di tagliare (nella prospettiva triennale con la quale si muove Cottarelli). Ricordando, tra l’altro, che la Legge di Revisione dello Strumento Militare n.244 (la quale opportunamente propone un modello di ripartizione della Funzione Difesa con 50% personale,  25% esercizio e 25% investimenti) non comporta risparmi (ciò che sarà necessariamente ridotto dalla esorbitante voce del personale dovrà essere “reinvestito” nelle altre voci). Insomma, la spazio per tagliare ci sarebbe. Non sono state indicate strade precise da intraprendere ma solo numeri. Su questi, una opportuna nota a margine. L’analisi di Cottarelli si limita all’area Euro e non comprende quindi la Gran Bretagna (un caso che avrebbe certamente influenzato le cifre finali). Uno studio comparato molto parziale, dunque, rispetto ad un tema delicato e dove i confronti devono tener conto di molti fattori idiosincratici.

Oltre ai dati, due aspetti emergono infine dal dibattito in Parlamento. Il primo riguarda il percorso, quasi parallelo, che sembrano compiere Governo e Commissione Difesa. Quest’ultima da molti mesi ha avviato un’indagine conoscitiva dei sistemi d’arma (le cui conclusioni saranno pubblicate a breve) e promosso la partecipazione di molti soggetti alla discussione. Un approccio lodevole che dovrebbe essere considerato come base di partenza per il dibatto nazionale in vista del Libro Bianco. È un peccato che la Commissione non sia stata coinvolta prima della recente decisione del governo (ma non ancora tradottasi in Decreto Legge) di ridurre di circa 400 milioni gli investimenti pluriennali (non è ancora dato sapere quali in dettaglio, a parte, probabilmente, un lotto di F-35). Osservazioni, analisi e commenti fin qui prodotti sarebbero potuti essere utili. La speranza è che lo siano almeno per il futuro Libro Bianco.

Il secondo e ultimo aspetto che emerge dalla discussione attiene alla difficile distinzione tra “pareri tecnici” e “scelte politiche”. Cottarelli ha più volte ribadito che sarà la politica a decidere come ripartire le voci di spesa in relazione a obiettivi e priorità (e qui ritorna centrale proprio il Libro Bianco). Ma molti dei quesiti posti dai politici in Commissione richiedevano al Commissario pareri chiaramente…politici (dal giudizio su Mare Nostrum al tipo di programma da tagliare fino addirittura al tipo di Modello di Difesa migliore da adottare).

Forse la via migliore per superare questi fraintendimenti è quella di smettere di considerare quasi un insulto il termine “ideologico”, sinonimo spesso di partigiano o estremista. Al contrario, un trasparente confronto tra diversi sistemi valoriali e di credenze rafforzerebbe il dibattito stesso, approfondendolo. Ma questa è solo un’ipotesi.

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ISPI Commentary – Libro Bianco

La trasformazione delle Forze Armate

Sempre sul Libro Bianco, un nostro contributo è stato gentilmente ospitato sul sito dell’ISPI, Istituto Italiano per gli Studi di Politica Internazionale.

Potete trovare il testo qui.

 

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Should I stay or Should I go. Analisi del decreto-legge di rifinanziamento delle missioni militari.

 

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Tra annunci e smentite di probabili tagli ai controversi F-35, è passato sotto silenzio il fatto che il Parlamento abbia approvato poche settimane fa il decreto-legge che “reca una serie di disposizioni volte ad assicurare, per il periodo 1° gennaio – 30 giugno 2014, la proroga della partecipazione del personale delle Forze armate e di polizia alle missioni internazionali, nonché la prosecuzione degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione”. In poche parole, le missioni internazionali sono state rifinanziate, attraverso il primo voto sul quale il governo Renzi ha posto la fiducia. Un dato interessante che evidenzia quanto il tradizionale consenso bipartisan sulla difesa, ancora esistente (il decreto è stato approvato alla Camera con 325 sì su 502 votanti), non sia forse così solido come un tempo (tutte le opposizioni hanno votato contro, ricorrendo anche all’ostruzionismo e portando l’esecutivo ad apporre la questione di fiducia).

Venus in Arms ha seguito il dibattito relativo al decreto ed esaminato il suo testo, pubblicato in Gazzetta ufficiale lo scorso 17 marzo (come legge n. 28 del 2014 di conversione del decreto legge n. 2 del 2014). L’analisi delle informazioni e delle cifre contenute nel documento non è compito semplice, come spesso avviene per la Difesa italiana, a partire dallo studio di un bilancio segnato costantemente da dati aggregati (tra Ministeri per esempio). Nonostante ciò, è possibile mettere in risalto alcuni aspetti (generali e specifici) degni di nota.

1.      Il primo dato rilevante è in realtà una carenza, in piena continuità con il passato. Come ha riconosciuto lo stesso Ministro della Difesa Pinotti, manca ancora una vera e propria “legge quadro” sulle missioni internazionali. Secondo il Ministro occorre colmare il “Vuoto normativo rispetto alla procedura da seguire in ordine alla deliberazione e all’autorizzazione di tali missioni”. Manca, in altre parole: “un quadro legislativo stabile che assicuri una disciplina uniforme da applicare in tutti i casi di partecipazione del personale militare alle missioni internazionali”. Il rifinanziamento, infatti, è ancora semestrale e le missioni sono accorpate tutte assieme. Studi recenti evidenziano come le procedure di autorizzazione di interventi militari oltre confine siano basate su norme costituzionali o sulla pratica consolidata, mentre il controllo parlamentare non può certo essere paragonato ad un’autorizzazione formale in caso di “guerra”.  È questo il motivo per il quale le missioni sono state generalmente approvate tramite decreti di rifinanziamento poi tramutati in legge. Addirittura, nella storia nazionale post-bellica il Parlamento ha approvato 49 missioni prima del loro dispiegamento, 11 in corso d’opera e ben 34 al termine delle attività sul campo. Mentre 30 interventi militari non sono mai stati sottoposti al vaglio delle Camere! Uno scenario che riserva spesso situazioni paradossali, come la mancata copertura finanziaria della partecipazione italiana alla missione in Afghanistan, durante i primi giorni di ottobre 2013. Il decreto di approvazione era scaduto a causa della contemporanea crisi del governo Letta. La letteratura ha più volte evidenziato come la perdurante assenza di una legge-quadro in materia: “rischia di generare ulteriori effetti collaterali e di impedire una discussione approfondita sugli aspetti politici e strategici di ogni operazione”. 

2.      Il fattore di maggiore novità della politica di difesa italiana nell’epoca post-bipolare è stato senza alcun dubbio il dinamismo delle sue forze armate. Da uno strumento militare statico, volto alla difesa (ipotetica e assai breve) del confine nord orientale, ad uno dinamico, proiettabile costantemente all’estero. In ogni rilevante crisi regionale i soldati italiani sono stati presenti, fornendo il proprio contributo, prima simbolico (Desert Storm) poi significativo (KFOR, UNIFIL, ISAF). Nel primo decennio del nuovo secolo l’Italia ha impiegato una media di 8000 soldati in missioni internazionali. Come emerge dal decreto e dai dati forniti dal Ministero della Difesa, negli ultimi anni si registra un calo degli effettivi, arrivando alle attuali 5000 unità. Il grafico sottostante evidenzia tale declino, imputabile a tre possibili fattori: la crisi finanziaria, il graduale ritiro dall’Afghanistan e (dato ancora da verificare empiricamente) una crescente opposizione dell’opinione pubblica a tali interventi, che nei decenni passati avevano spesso riscosso buoni livelli di consenso mentre negli ultimi anni sono stati invece segnati da un basso livello di supporto (Iraq, Libia, Afghanistan post 2009). In altre parole, i decision-makers nostrani appaiono più prudenti e talvolta restii (come emerso nelle crisi in Mali e Siria) a fornire “automaticamente” un contributo militare ad operazioni internazionali.

                                           Militari italiani impiegati in operazioni all’estero (2004-2014)

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                                            (Elaborazione di Venus in Arms, dati Ministero della Difesa)

3.      Analizzando la discussione che ha preceduto l’approvazione del decreto e le sue diverse voci, emergono alcuni fattori di continuità rispetto alle priorità geografiche dell’Italia (ISAF ed EUPOL in Afghanistan, UNIFIL in Libano, le varie missioni nel Mediterraneo, nei Balcani e nel Corno D’Africa). Ma al contempo sembra delinearsi (almeno nel dibattito) un elemento di novità: l’interesse crescente verso l’area del Sahel, caratterizzata da una forte instabilità in relazione a fenomeni quali la criminalità transnazionale, i traffici di persone, armi e stupefacenti, e il terrorismo (oltre alla rilevanza strategica dell’area). Per quanto diverse operazioni siano state finanziate dal decreto nella suddetta regione (MINUSTA e EUTM in Mali e EUCAP Sahel-Niger) pochissimi effettivi saranno dislocati nell’area, ancora remota in termini di presenza concreta della politica estera italiana. Al di là delle scelte che verranno compiute (le informazioni sul tema sono ancora nebulose), dovrà essere evitata una pericolosa discrasia tra ambizioni e risorse (EU style), e garantita una chiara direzione politica e strategica rispetto a obiettivi e strumenti rispetto alla (eventuale) presenza nazionale nella regione

4.      Un filo rosso che sembra legare le missioni finanziate dal decreto è la centralità del compito dell’addestramento delle forze di sicurezza locali. Si tratta di un vero e proprio core task per le forze armate italiane, che spesso guidano (come nel caso di EUTM Somalia) missioni volte a ricostruire le forze militari e di polizia nel paese oggetto di intervento. Negli ultimi decenni l’addestramento (anche grazie alla speciale “natura” dei Carabinieri) rappresenta una competenza (cruciale negli scenari bellici odierni) che le forze italiane hanno sviluppato ampiamente. La speranza è che i decisori siano consapevoli che limitate operazioni “tecniche” stile Security Sector Reform non bastano a risolvere le carenze di paesi che richiedono interventi politici nel medio e lungo periodo.

5.      Appaiono poi numerose le operazioni militari volte a contrastare minacce non militari, come l’immigrazione clandestina. A tal proposito, i fini e gli obiettivi della missione Mare Nostrum rimangono ancora poco chiari: protezione dei migranti? sorveglianza dei flussi? respingimenti? (a tal proposito è sempre bene ricordare come nel 2012 la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo abbia condannato l’Italia per aver violato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo intercettando e rinviando in Libia un gruppo di cittadini somali ed eritrei senza esaminare le loro necessità di protezione). La chiarezza di fini ed obiettivi delle missioni appare sempre un dato fondamentale, che spesso è stato disatteso dal dibattito nazionale.

6.      Ultimo aspetto, solo apparentemente secondario nel decreto: “i fondi destinati alle attività di cooperazione civile da parte dei contingenti militari a favore delle missioni in atto nei Balcani, in Libano, in Afghanistan e nel Corno d’Africa”. Dato che finalmente sembra sulla dirittura d’arrivo la nuova legge sulla Cooperazione italiana allo sviluppo (elaborata nel 1987, ai tempi in cui Baggio giocava ancora nella Fiorentina; al confronto i 12 anni dall’ultimo Libro Bianco sembrano una piccola pausa di riflessione), sarebbe opportuno promuovere una seria discussione sul (controverso) tema del rapporto tra attori civili e militari in materia di interventi di cooperazione.

In conclusione, è possibile affermare che i prossimi mesi saranno decisivi per il futuro della politica di difesa italiana e delle sue missioni militari oltre confine. Il ritiro di gran parte del contingente nazionale all’Afghanistan alla fine dell’anno (a proposito, cosa sappiamo della nuova missione che sarà svolta post-2014?) richiederà una revisione complessiva degli impegni militari internazionali. La possibilità di alimentare finalmente un dibattito ampio e partecipato sui temi della sicurezza e della difesa (preliminare alla stesura del possibile nuovo Libro Bianco) è una condizione centrale per accompagnare adeguatamente i cambiamenti futuri.

 

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La trasformazione delle Forze Armate italiane

È apparso qualche giorno fa su The International Spectator, la rivista dell’Istituto Affari Internazionali, un nostro pezzo sulla trasformazione delle Forze Armate italiane nell’ultimo decennio (e oltre, partiamo dall’Afghanistan). L’articolo è il frutto di una riflessione che conduciamo da un paio d’anni, e che sta anche alla base di Venus in Arms, sulla necessità di contribuire al dibattito – non solo accademico – su come è cambiato lo strumento militare italiano nel più ampio contesto del mutamento occorso in ambito europeo e transatlantico. Si tratta di aiutare a sfatare alcune visioni manichee, sollevare il velo di alcuni pregiudizi che non permettono un dibattito aperto e consapevole.

Se proprio non vi va di leggere l’articolo, gli elementi centrali sono questi.

Il punto di partenza è il basso livello di attenzione che anche il mondo accademico ha dedicato al tema della trasformazione militare. Ciò non è vero per altri paesi, non solo gli Stati Uniti, dove la riflessione sulla dimensione nazionale del cambiamento (cosa è successo e cosa deve succedere) è stata più profonda (questo è un bel libro, per esempio). Da noi, si ha spesso la sensazione che per il pubblico più vasto formule semplici come “ci pensa l’Europa” (almeno in questo settore, l’euroscetticismo pare ancora sorprendentemente poco diffuso) e “meno F35” (versione attuale di “meno spese per la difesa”) possano esaurire il dibattito. E che in parallelo, siano pochi gli intellettuali (e in particolare gli “scienziati sociali”) che si dedicano all’approfondimento del “come” e “perché” la difesa sta cambiando. Tra esperti tecnici amanti dell’ala rotante e sostenitori di “armi difensive”, lo spazio per un dibattito pubblico approfondito sui temi della difesa e della sicurezza (anche con opinioni fortemente divergenti, al di là dell’occasionale retorica bipartisan) è assai limitato.

Secondo punto: quando si pensa ai cambiamenti, si dà talvolta per scontato che questi arrivino in maniera funzionale a ciò che accade sul terreno. Ipotesi ottimale (ed ottimistica) che non prende però in considerazione due aspetti rilevanti: 1) le forze armate sono organizzazioni complesse, che hanno una loro inerzia, e 2) il cambiamento è spesso il frutto di una difficile mediazione fra sfida ambientale e dinamiche organizzative. Non vuol dire, è la visione opposta a quella espressa sopra, che le organizzazioni resistono sempre al cambiamento: vuol dire che il comparto difesa non è una start-up e cambiare è difficile perché le trasformazioni devono tenere conto di esigenze molteplici. Le rivoluzioni, in questi settori, non avvengono. Se avvengono, possono essere molto pericolose.

Terzo punto: dato che il dibattito non è sviluppato e che il cambiamento non avviene nel nulla (e nondimeno avviene) è opportuno ricostruire il processo, non guardare solo all’inizio e alla fine ma osservare il movimento, il percorso di evoluzione. Che è stato considerevole: dall’organico (con la sospensione della leva) alle operazioni oltre confine (l’Afghanistan come vero punto di svolta in termini di capacità operative) ai mezzi (una nuova portaerei, nuovi veicoli blindati, e così via). Sono cambiate anche le istituzioni, nel loro complesso: negli ultimi anni la struttura dei vertici delle Forze Armate è stata modificata e si è sviluppato un nuovo modello di difesa, più “leggero” e orientato alle operazioni.

Quarto e ultimo punto: questi cambiamenti sono stati funzionali? E poi, sono sufficienti? Qui davvero dovreste leggere l’articolo, e non basterebbe (infatti ci scriviamo anche un libro). Però tre aspetti emergono come ancora irrisolti. Il primo è il nodo del costo del personale in rapporto alle spese complessive (estremamente alto). La riforma Di Paola che punta ad una riduzione dell’organico simultanea all’efficientamento dello stesso (aumentando cioè la percentuale del personale effettivamente impiegabile) va nella direzione giusta (per quanto assai lentamente), ma rimane il fatto che le spese future dovranno tenere sempre più conto delle necessità di mantenere le forze operative (anche quando terminerà la lunga missione in Afghanistan) e dunque di accrescere la voce di bilancio dedicata all’ “esercizio”. Secondo, la sostenibilità del modello di difesa che si è sviluppato negli ultimi anni è (anche) chiamata in causa dagli impegni finanziari assunti in una fase precedente. Investimenti che talvolta hanno origine nel contesto strategico della Guerra Fredda e che non sempre sono stati coerenti con i nuovi impegni affrontati dalle Forze Armate, in particolare dopo il 2001. E tuttavia, investimenti non sempre facilmente “modulabili” o eliminabili, e che quindi pesano ancora sul bilancio della difesa in tempi di crisi. Terzo, il dibattito pubblico è ancora molto limitato. A fronte di significativi cambiamenti, il livello di riflessione pubblica è rimasto al palo, caratterizzato perlopiù dalla (stanca) retorica delle “missioni di pace”. Per parte sua, il Ministero della Difesa potrebbe essere più attivo nello stimolare riflessioni nazionali su questioni strategiche e promuovere maggiormente le proprie attività, aumentando il suo “public outreach” (in linea con quanto sta tentando di fare l’intelligence). Un nuovo Libro Bianco della Difesa, a 12 anni di distanza dall’ultimo, potrebbe essere un’ottima occasione per questo rilancio.

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