“Guerra, Pace e Sicurezza alle Porte del Mediterraneo” (2017)

Anche quest’anno il Dipartimento di Scienze Politiche (DISPO) dell’Università di Genova organizza il ciclo di seminari. “Guerra, Pace e Sicurezza alle Porte del Mediterraneo”, che si pone lo scopo di approfondire i temi relativi all’evoluzione della sicurezza internazionale attraverso una serie di workshop e convegni con accademici, politici, giornalisti, esperti e practitioner del settore.

Tali eventi, direttamente collegati ai corsi “Guerre, Conflitti e Costruzione della Pace” di Andrea Catanzaro e del nostro Fabrizio Coticchia, e del corso di Relazioni Internazionali di Giampiero Cama, sono aperti a tutti gli studenti.

Qui i tre seminari organizzati per Marzo e Aprile.

Il seminario esamina il complesso processo di integrazione del mercato europeo della difesa alla luce dei più recenti eventi (“Brexit”, EU Global Strategy, European Defence Action Plan, elezione del Presidente Trump) e le sue possibili implicazioni politiche e istituzionali. Alla fine del seminario saranno brevemente presentate le attività di stage proposte dallo IAI – Istituto Affari Internazionali di Roma.

Il workshop ha l’obiettivo di esaminare l’evoluzione del rapporto tra ricerca scientifica, informazione e movimenti nell’ambito degli studi sulla pace e la sicurezza in Italia. Il recente rapporto di “Osservatorio Mil€x” sulle spese militari in Italia rappresenta una interessante occasione per affrontare i temi della difesa e della sicurezza dal punto di vista “empirico”. Appare sempre più opportuno, infatti, interrogarsi sullo stato della “peace research” in Italia, per comprenderne le cause del lento affermarsi nella penisola e le caratteristiche dei più recenti sviluppi.

Il workshop ha l’obiettivo di esaminare l’arco di instabilità che caratterizza la sponda meridionale del Mediteranno, con particolare riferimento alla Libia e al Sahel. L’obiettivo sarà quello di illustrare la recente evoluzione dei conflitti locali, il ruolo di organizzazioni criminali e terroristiche, e la complessa relazione tra gli stati dell’area ed i paesi europei in rapporto ai temi della sicurezza. Il workshop cerca di esaminare in modo approfondito tali argomenti grazie alla vasta conoscenza in materia degli autori, i quali da anni svolgono ricerca sul campo.

Ci vediamo a Genova (ci saranno delle grosse novità per il secondo anno del workshop su “Conflicts&Institutions di Giugno…stay tuned)

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Top 5 by Venus in Arms – week 87

ISIS might make the headlines more for its sponsoring/conducting terrorist attacks in Europe (and Asia), but The Atlantic’s Adam Chandler reminds of the incredible civilian victimization taking place in Iraq.

While all the attention is focused on the Middle East, let’s not forget how crime represents – in terms of lethality to begin with – a very large threat in Central America. FP features an article on the state of health (good) of the region’s gangs.

Technological advances are difficult to foresee, and the cost of emerging technologies often hard to justify. The costs of the JSF/F-35 might be in part be justified by its early adoption of revolutionary technological solutions, especially related to “cognitive electronic warfare”.

In the meanwhile, Italian second F-35 has been making its debut flight, as reported by RID (in English), and the Cabinet is still evaluating how many more will come.

Finally, the fall of counterinsurgency, now at an advanced stage. Former COIN and Iraq hero David Petraeus might be demoted from 4-star General, DefenseNews reports.

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 81

Britain last week joined the coalition in Syria, after a favourable parliamentary vote. On Kingsofwar, some thought on the rationale, and wisdom, of British intervention.

In the meanwhile, SecDef Carter announced that the last barriers will be removed to women in the armed forces. A survey shows that the rank-and-file is sceptical about the measure.

Sandy Berger, National Security Advisor to President Clinton, died at the age of 70. These are a few pages of an oral memoir, discussing some of the major foreign policy crises faced in the 90s, from the crisis of the Mexican peso to Kosovo.

This is an Italian blog, and there is news in Italian defence policy this week. The first  F-35 Lightning II has been delivered to the Italian Air Force, assembled in Italy. More are to come, although the number has been cut by more than half since the original planning (more news in Italian, here).

Maps are an important part of how the images of the world. This Burmese map challenges our conventional view of cartography, and the world.

 

 

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Un’altra Difesa è possibile?

In un precedente post abbiamo affrontato il tema delle “contro-narrazioni strategiche” adottate da partiti e movimenti al fine di contrastare l’acquisto dei controversi caccia F-35. Le principali conclusioni alle quali giungeva l’articolo analizzato (qui – gated- la versione del paper presentato all’Annual ISA Conference di New Orleans – Febbraio 2015 ) evidenziavano la capacità delle contro-narrazioni elaborate in questi anni dai “movimenti pacifisti” e di alcune formazioni politiche in parlamento nel “guidare” il dibattito, concentrando l’attenzione sui costi e sui problemi del programma.

Al di là dei tradizionali frame valoriali del movimento (legati appunti alla pace e alla non violenza), il costante collegamento tra la crisi economica e la spesa per il caccia ha permesso di orientare la discussione secondo la prospettiva suggerita dalla campagna contraria agli F-35 (“Taglia le ali alle armi”), alimentando più di un dubbio sulla sua presunta efficacia e rilevanza. Il dato innovativo è rappresentato dalla capacità di questi attori di andare oltre all’immagine diffusa e stereotipata dei movimenti pacifisti, dimostrando elevata competenza tecnica e risultando così attori cruciali del dibattito, sia nei media sia in Parlamento (soprattutto quello dell’attuale Legislatura, molto più sensibile al tema dei precedenti).

Il paper metteva in luce una considerevole distanza tra questo livello di expertise e quello che abitualmente  emerge tra gli stessi soggetti in relazione ad una altro tema centrale in materia di difesa e sicurezza: le missioni militari all’estero.  Qui non si riscontra, infatti, lo stesso livello di innovatività nella (e nelle) contro-narrazione(i) ed i frame principali attengono quasi unicamente alla dimensione valoriale, legata alla pace, al multilateralismo, alle bandiere arcobaleno.

Perché tale differenza? Forse a causa dei temi (non così tecnici come quelli connessi ai sistemi d’arma) o forse per il ruolo svolto dalla “retorica delle missioni di pace” (base della narrazione dominante e capace di deprivare la contro-narrazione di una delle sue componenti-chiave). Sta di fatto che nelle ultime occasioni nelle quali si è dibattuto di operazioni all’estero (per esempio nel caso della guerra in Libia) la discussione è stata sempre guidata dalla narrazione dominante e frame realmente alternativi, riguardanti la dimensione strategica o quella dell’efficacia (come per l’F-35), sono emersi davvero raramente.

Proprio per questo motivo occorre seguire con interesse la campagna promossa da vari movimenti pacifisti e disarmisti denominata “Un’altra Difesa è possibile”. Cercando di andare oltre un iniziale scetticismo (spesso legato a proposte a prima vista apparentemente “utopiche”) che cosa emerge?

Il sito che promuove la campagna così descrive l’iniziativa: “Di fronte alla drammatica crisi economica e sociale del Paese, che sostanzialmente non ha sfiorato lo strumento militare, vogliamo fare un passo in avanti, promuovendo congiuntamente la Campagna per il disarmo e la difesa civile, lanciando la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta […] o strumento politico della legge di iniziativa popolare vuole aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che “ripudia la guerra” (art. 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il “sacro dovere della difesa della patria” (art. 52) […]Il finanziamento della nuova difesa civile dovrà avvenire grazie all’introduzione dell’”opzione fiscale”, cioè della possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare una certa quota alla difesa non armata…”

Vedremo, in altre parole, se i frame introdotti nella campagna sapranno efficacemente rappresentare un’alternativa alla visione bipartisan che ha caratterizzato la politica di difesa italiana nel contesto post-bipolare. Il dato davvero importante, ancora una volta, sarà la capacità di alimentare un dibattito sui temi della difesa. Ben venga, quindi, la discussione “ideologica”, che metta cioè a confronto visioni del mondo diverse e non si limiti alla pura retorica superficiale, cercando se possibile di arrivare anche alla dimensione strategica e politica dei temi affrontati.

Ah, il tutto in attesa dell’agognato Libro Bianco…

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Top 5 by Venus in Arms – week 46. “The best of Venus (2014-2015)”

Quite a different Top 5 this week. One year ago our “adventure” in the blogsphere started. In the last 12 months Venus in Arms tried to provide a contribution to the current debate on defense and security, from an Italian and European perspective. It has been a hard work, but we are really satisfied about the results. And we are eager to improve our work every day. So, this week we present the best posts (according to our opinion..) published by Venus in Arms in the last year (March 2014 – March 2015). We deeply thank ALL the people who supported us with brilliant guest posts.

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Top 5 by Venus in Arms – week 44

(a premise: the first delay ever in the publication of our Top-5 was caused by the post-ISA2015 jet leg…)

The first suggestion is related precisely to the ISA. We remember the upcoming conferences. Among others we recommend ISA 2020 (Honolulu, Hawai – March 25th-28th) and ISA 2021 (Las Vegas, Nevada – April 7th-10th).

Still at the ISA 2015 (this year hosted in New Orleans). Here you’ll find the report by Duck of Minerva about the blog awards reception. These are the main results. Best Independent Blog: Dart Throwing Chimp.  Best Group Blog:  The Monkey Cage. Best New Blogger:  Allison Beth Hodgkins. Best Blog Post:  Erica Chenoweth, “Nonviolent Conflicts in 2014 That you May have Missed Because They Were Nonviolent” at Political Violence at a Glance.

An interesting analysis on leaks and intelligence cooperation by The Monkey Cage. According to J. I. Walsh: “Greater limits on intelligence sharing might restrict states’ ability to counter transnational terrorist groups and other threats to peace and stability”

Foreign Fighters and…luxury resort! The Guardian illustrates a surge in departures of young men from Maldives for Syria. 4 people have been stopped by authorities. But between 50 and 100 from the country of 300,000 have joined “the jihad”.

Finally, something on the controversial F-35. Look at the updated analysis by Jane’s on the “improvements” (reported by the Lockheed Martin) of the warplanes, after months (years?) of problems and obstacles.

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Il curioso caso dei caccia F-35. Contro-narrazioni, opinione pubblica e difesa italiana.

Lo scopo principale di Venus in Arms è alimentare il dibattito sui temi della difesa, della sicurezza e delle relazioni internazionali, con una particolare attenzione rivolta all’Italia e all’Europa. L’idea è fornire una prospettiva “accademica” rispetto ad argomenti di discussione generale, senza la pretesa di promuovere una visione “alta” o “colta” delle cose ma con l’ambizione di delineare un quadro di analisi dettagliato ed articolato, che vada oltre le contingenze delle polemiche politiche.

Uno dei temi maggiormente controversi negli ultimi anni è stato l’acquisizione dei caccia F-35. La questione (cosa rara per la Difesa italiana) ha attirato una notevole attenzione mediatica, anche grazie alla vasta campagna promossa da organizzazioni pacifiste e disarmiste per contrastare il programma militare JSF.

All’interno di un più ampio progetto di ricerca volto a indagare il rapporto tra narrazioni strategiche, contro-narrazioni e opinione pubblica italiana, un caso di studio riguarda proprio il dibattito sui caccia F-35.

Il paper (“An alternative view: Counter-narratives, Italian public opinion and security issues”, presentato il 21 Novembre alla Conferenza Annuale dell’ASMI a Londra) esamina la natura e le caratteristiche delle cosiddette contro-narrazioni adottate da partiti e movimenti al fine di contrastare la narrazione strategica impiegata dai governi per giustificare determinate scelte nell’ambito della difesa e della sicurezza (per esempio, l’invio di soldati in missioni militari).

Ma cosa sono le “narrazioni strategiche”? Freedman definisce lestrategic narratives come: “Compelling storylines which can explain events convincingly and from which inferences can bedrawn” (2006, p.22). Le “narrazioni” sono modalità con le quali specifiche issue sono strutturate dagli attori e presentate al pubblico. Le narrazioni strategiche vanno studiate in relazione allaloro capacità di conquistare il consenso dell’opinione pubblica.

Le narrazioni strategiche sono trame convincenti, storie che possono spiegare gli eventi in maniera persuasiva. Le narrazioni sono strategiche perché sono costruite intenzionalmente, con il deliberato scopo di collegare tra loro gli eventi, formulare risposte che possano illustrare una determinata prospettiva della realtà evidenziando vincitori e vinti. Esse contengono messaggi, espliciti e non, circa futuri obiettivi, interessi percepiti e modalità di azione. Non si tratta di “storie inventate”, né di solo marketing o di pura propaganda, bensì di narrazioni capaci di ispirare il pubblico, introducendo termini e concetti tramite i quali gli attori identificano valori e obiettivi. Attraverso una storia convincente, la narrazione rende accettabili determinate scelte politiche (come quella di intervenire in un conflitto o di acquisire nuovi armamenti) che altrimenti non raccoglierebbero grande consenso.

La letteratura recente ha messo in luce quanto gli atteggiamenti del pubblico verso un conflitto siano modellati proprio dal tipo di narrazione che viene elaborata.

Quali sono i fattori che hanno reso convincenti le diverse strategic narrative di  fronte all’opinione pubblica italiana? Il grado di chiarezza degli obiettivi della missione, la consistenza con la realtà operativa, la coerenza con i valori (in primis pace e multilateralismo) e gli interessi nazionali, le prospettive di successo, la strategia di comunicazione e l’esistenza di “contro-narrazioni”, sono gli elementi-chiave che permettono di valutare l’efficacia della narrazione strategica.

De Graaf and Dimitriu (2012) parlano di “narrative dominance” intesa come bilancia tra narrazione e contro-narrazione. L’assenza di “storie alternative” garantisce un fondamentale supporto per la narrazione dominante. Al contrario, il sostegno del pubblico può essere eroso da “compelling counter-narratives designed to expose internal contradictions or weaknesses within the official strategic narratives” (Ringsmose and Børgesen 2011: 524). Pertanto, l’analisi delle contro-narrazioni rappresenta un passo decisivo per comprendere l’intricato rapporto tra narrative, security issue e opinione pubblica.

Il paper esamina due casi di studio: la missione militare in Libia del 2011 e, appunto, la decisione di acquisire i caccia F-35. Quali sono i contenuti delle contro-narrazioni strategiche che sono state elaborate da partiti e movimenti per contrastare la scelta di intervenire in Libia e di partecipare al programma JSF? Perché (per citare gli Smiths) some counter-narratives are more effective than others?

Attraverso interviste semi-strutturate, sondaggi, frame e discorse analysis di giornali, riviste e dibattito parlamentare delle ultime legislature, lo studio esamina la natura delle counter-narrative e ne valuta il complessivo livello di efficacia.

La ricerca è ancor in fase preliminare (un altro caso di studio affrontato ma non sviluppato appieno è il recente invio di armi in Iraq) ma permette di trarre già alcune indicazioni in seguito all’ampia analisi empirica. Questi sono alcuni dei risultati principali che riguardano il “caso F-35”.

1) Le forze armate, contrariamente a quanto avvenuto rispetto ad altri temi (come le missioni militari), hanno svolto un ruolo di primo piano nel delineare una precisa narrazione in merito al programma JSF. Gli elementi centrali della narrative sono stati finora i seguenti:

  • Urgente necessità di ammodernare la flotta composta da“aerei obsoleti”;
  • Rilevanza della partecipazione italiana a un progetto multinazionale tecnologicamente avanzato, fondamentale per garantire interoperabilità con alleati e ritorno industriale (anche grazie alla FACO di Cameri);
  • Incomparabili capacità di un caccia di quinta generazionenche può garantire un ampio spettro di missioni.
2) I partiti politici, di centro-destra e centro-sinistra, che hanno sostenuto la necessità di acquistare i caccia hanno puntato sui seguenti frame dominanti:
  • Frame tradizionale delle “missioni di pace”. Come evidenziato dall’ex Ministro Mauro: “ se si ama la pace bisogna armare la pace”;
  • Rilevanza strategica dei caccia per la Difesa italiana. La domanda non è se ci servono gli F-35 ma se: “Ci servono ancora le forze aeree?”;
  • Assenza di alternative (in particolare per la portaerei Cavour), data la necessità di sostituire un ampio numero di vettori;
  • Vantaggi economici (in primis in termini di posti di lavoro) legati alla partecipazione italiana al programma;
  • Frame della sicurezza dei soldati (importante sebbene impiegato marginalmente), garantita proprio dai nuovi aerei.
3) Il network di associazioni e movimenti che hanno contrastato la decisione di dotarsi dei caccia ha sviluppato nel corso degli anni un’ampia e strutturata campagna: “Taglia le Ali alle Armi”. Schematicamente possiamo evidenziare come accanto ai tradizionali frame “pacifisti”, che esprimono una nettacontrarierà valoriale rispetto all’acquisto del programma militare, troviamo una molteplicità di frame diversi, incentrati su aspetti economici e strategici. In particolare la contro-narrazione si è basata su:
  • Aligned frames volti a collegare costantemente i costi crescenti del programma agli ambiti nei quali tali fondisarebbero potuti essere impiegati (“con un F-35 possiamo costruire 387 asili e 21 treni per pendolari”). Un tradizionale approccio di “butter or guns” che la crisi finanziaria ha naturalmente agevolato.
  • Frame tesi a mettere in luce l’ambiguità della narrazione dominante: dai presunti vantaggi economici derivanti dal programma fino alle difficoltà tecniche incontrate dal mezzo, con ampio ricorso a rapporti ed analisi di centri di ricerca internazionali. In tal senso, però, il dato maggiormente rilevante è il crescente livello di expertise e approfondimento degli studi promossi dalle stesse organizzazioni. Un grado di analisi riconosciuto dal parlamento stesso che non si riscontra (anche per il tema trattato) in altri ambiti (come “le missioni di pace”).
  • Frame che riguardano la dimensione strategica connessa all’acquisizione dei caccia, a partire dalla loro funzione nelle operazioni contemporanee fino alle conseguenze relative ad una Difesa Europea e alle sue possibilità di integrazione
  • Frame legati ai diffusi riferimenti valoriali della pace e del disarmo (si pensi al tradizionale focus dedicato all’Articolo 11 della Costituzione).
4) I partiti politici contrari all’F-35 hanno spesso riproposto alcuni dei frame citati dalla campagna, enfatizzando i seguenti elementi:
  • Le difficoltà del programma sul piano dei costi, della performance e dei ritardi (“è un pozzo di San Patrizio”, oppure, citando il Senatore Di Pietro: “Il mio trattore funziona meglio ed è più sicuro”);
  • L’inconsistenza tra narrazione dominante “pacifista” e “reali” valori della pace (“è un aereo da attacco!”);
  • Le possibili duplicazioni tra F-35 ed Eurofighter ;
  • La mancanza di informazioni e dibattito (dal 2009 al 2012 il governo non ha presentato rapporti annuali sul programma);
  • Frame di tipo “strategico” volti a enfatizzare l’assenza di minacce tali da ricorrere all’acquisito di un caccia simile (“Chi ci attacca? I tedeschi? I visigoti?”)

Anche in questo caso si è fatto ricorso ad aligned frames per collegare le decisione di investire risorse ingenti nell’F35 invece spendere soldi pubblici in altri ambiti segnati dal contesto di crisi economica (si va dalla scuola ai Canadair, dalla Sanità ai Carabinieri, dalla protezione civile alle aree affette da calamità, dalla cooperazione allo sviluppo fino alla “lotta contro le slot machines”)

5) Il livello del dibattito pubblico e parlamentare aumenta a partire dalla fine del 2012 (in seguito alla riforma Di Paola e decisione di ridurre il numero di caccia da acquistare). Ma è l’inizio della nuova legislatura (a partire da metà 2013), a favorire un vero e proprio incremento della discussione, sia a livello mediatico sia in termini di attività parlamentare. Ciò è dovuto ad una pluralità di fattori: il successo del Movimento 5 Stelle (da sempre contrario agli F-35), il ritorno di formazioni di sinistra come SEL in parlamento, l’elezione di esponenti di spicco dei movimenti (come Giulio Marcon), il ruolo dei numerosi “parlamentari della pace”.

6) La contro-narrazione si dimostra fino a questo momento efficace. Il paper non si pone l’ambizione di provare nessi di causalità o correlazioni ma cerca di osservare la co-evoluzione tra narrazioni, andamento del dibattito e giudizio dell’opinione pubblica.  Cosa può indicare, quindi, un buon livello di efficacia da parte della contro-narrazione adottata da partiti e movimenti?

L’opinione pubblica italiana (circa l’’82%, secondo i dati dell’Osservatorio Politico del Centro Italiano di Studi Elettorali) è contraria al progetto. Non sono molte però le rilevazioni demoscopiche che si concentrano esclusivamente sugli F-35.

  • Dal 2012 in poi è stato ridotto il numero degli aerei che l’Italia si impegna a comprare, da 131 a 90. Più recentemente la “mozione Scanu” impegna il governo a “chiarire criticità e costi con l’obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto”, in linea con le indicazioni contenute nell’indagine conoscitiva della Commissione Difesa.
  • Il livello di dibattitto e discussione complessivo è notevolmente aumentato. Il processo di elaborazione del Libro Bianco ne è un’ulteriore prova.
  • I principali leader dei partiti italiani, da Bersani a Berlusconi, arrivando fino a Renzi, hanno espresso seri dubbi (se non aperta contrarietà) rispetto al programma. In altre parole, il clima politico verso il tema è decisamente cambiato.
  • I sostenitori dell’acquisto dei caccia riconoscono apertamente due aspetti rilevanti. Il primo è la necessità di cambiare la narrativa, di “trovare una storia più efficace per convincere l’opinione  pubblica”. Il secondo riguarda la credibilità delle fonti di informazioni sui caccia garantire dalla campagna e ritenute “le migliori” anche da molti supporter del progetto.

In conclusione, possiamo affermare come fino a questo momento la “strategic dominace” sia negativa. La contro-narrazione, cioè, appare più convincente della narrative ufficiale, spesso costretta ad inseguire su temi ed argomenti proposti dalla prima. La dimensione economica del progetto e il suo costo sono diventate il cuore della discussione pubblica. Le “storie” che si contrappongono non attengono unicamente alla dimensione valoriale (si/no alle armi). La moralità non riguarda solo alla decisione di comprare armi ma concerne in primis la scelta di spendere fondi pubblici ingenti per un programma militare caratterizzato anche da ritardi e problemi tecnici.

In generale il clima politico è mutato, il programma è stato ridotto, l’opinione pubblica è contraria, l’immagine di un aereo“inefficace” domina il dibattito.

In sintesi, dal punto di vista della contro-narrazione l’aspetto rilevante riguarda la complessa natura del “plot” adottato da partiti e movimenti, capace di andare oltre al solo frame della pace e del disarmo. Sarà interessante capire se in altri ambiti, in altri contesti(non così segnati dalla crisi economica) e in altri parlamenti, quegli stessi attori saranno capaci di sviluppare contro-narrazioni di questo tipo.

Per quanto riguarda l’F-35, le scelte definitive sul programma saranno condizionate dall’approvazione del tanto atteso Libro Bianco. Collegare la decisione di acquisire programmi militari a chiari obiettivi strategici appare saggia, al di là delle contingenze politiche del momento. Un’ovvietà, ma non nel caso italiano.

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Il potere aereo e l’Italia: un volume e un convegno allo IAI

Guest Post by Carolina de Simone*

L’Istituto Affari Internazionali ha di recente presentato durante una conferenza a Roma i risultati dello studio“Il ruolo dei velivoli da combattimento italiani nelle missioni internazionali: trend e necessità”, che sarà disponibile sul sito dello IAI in versione integrale nei prossimi giorni. Il team di ricerca del programma Sicurezza e Difesa dello IAI ha affrontato il tema dell’impiego della componente aerea nelle MOOTW (Military Operations Other Than War), più comunemente note come “missioni internazionali”, nelle quali l’Italia è stata impegnata dalla fine del confronto bipolare.

Il principale obiettivo dello studio è esaminare le esigenze operative delle forze armate italiane in materia di velivoli da combattimento nei prossimi anni (2015-2025), a partire dall’analisi delle tendenze recenti, e di comprendere come soddisfarle nella maniera più efficace e finanziariamente sostenibile. L’Aeronautica e la Marina militare in particolare dovranno infatti procedere nei prossimi anni alla dismissione e alla sostituzione di una parte significativa dell’attuale flotta di velivoli, a causa della progressiva obsolescenza dei mezzi oggi in dotazione. A sua volta, la ricerca si inserisce nel contesto di un più ampio tentativo di incoraggiare in Italia il dibattito sui temi della difesa, colmando in questo modo lo scarto tra il livello operativo e quello della decisione politica e del dibattito pubblico, che si manifesta specialmente in occasione del riaccendersi del confronto politico su alcuni dossier, come avvenuto di recente nel caso della discussione sull’opportunità o meno di confermare gli impegni sottoscritti ormai diversi anni fa dal paese nel quadro del programma F-35, e ribaditi nel corso degli anni da maggioranze politiche di diverso colore.

In apertura lo studio passa in rassegna le principali operazioni nelle quali l’Italia ha impiegato le proprie capacità aeree negli ultimi ventiquattro anni (Iraq 1990-1991, Bosnia-Erzegovina 1993-1998, Kosovo 1999, Afghanistan 2001-2014, Libia 2011), schierando oltre 100 velivoli tra cui Tornado, AMX, F-104, AV-8B, F-16 ed Eurofighter, e realizzando più di 13.000 sortite, per un totale di circa 36.000 ore di volo. A testimonianza dell’elevato grado di integrazione del paese nell’ONU e nell’Alleanza Atlantica, gli autori sottolineano come l’utilizzo dei velivoli abbia avuto luogo nell’90% dei casi in operazioni organizzate con l’avallo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, e nell’ nell’80% delle circostanze nell’ambito di una catena di comando e controllo NATO.

Dopo una breve disamina dei fondamenti e dell’evoluzione della dottrina del cosiddetto “potere aereo” alla luce delle recenti necessità operative, lo studio si concentra su due scenari immaginari di possibile impiego futuro di velivoli da combattimento, relativi rispettivamente alla creazione e al mantenimento di una “no-fly-zone” a protezione della popolazione civile, e alla fornitura di supporto aereo ad operazioni di terra, al fine di individuare quali siano le esigenze future delle forze armate italiane. Entrambe le ipotesi di impiego sono riconducibili a possibili crisi in aree geografiche di interesse per l’Italia, ad esempio il Nordafrica, il Mediterraneo orientale e il Medio Oriente.

Al termine di questo esercizio, gli autori procedono poi con la formulazione di quattro quesiti sulle quali le autorità politiche e militari dovrebbero interrogarsi. Il primo è volto a comprendere se la partecipazione italiana alle missioni – anche attraverso la componente aerea – tuteli gli interessi nazionali. In base allo studio, benchè naturalmente non sia agevole fornire una risposta univoca a tale interrogativo, l’impegno profuso dal paese ha contribuito a soddisfare gli interessi del paese sia in maniera diretta, come avvenuto in occasione delle operazioni di stabilizzazione degli anni ’90 nei Balcani occidentali, un’area di crisi nelle immediate vicinanze dei confini italiani, sia in modo indiretto, come nel caso della partecipazione alla missione in Afghanistan, che ha rappresentato secondo gli autori un investimento in una sorta di “polizza di assicurazione” NATO per la sicurezza nazionale utilizzabile in futuro, qualora il quadro della sicurezza internazionale dovesse sensibilmente mutare. Inoltre, il contributo italiano alle missioni internazionali ha permesso all’Italia di accumulare gradualmente un certo capitale politico e di credibilità, utile a sostenere le priorità della politica estera di Roma sia all’interno delle organizzazioni internazionali che al di là di queste ultime.

Al secondo interrogativo, finalizzato ad individuare il tipo di capacità aeree di cui necessiti l’Italia per poter continuare a prendere parte alle missioni internazionali – una volta stabilito che queste ultime siano effettivamente funzionali al perseguimento delle priorità di politica estera del paese – la ricerca risponde individuando cinque elementi fondamentali di cui la componente aerea deve disporre: interoperabilità con gli alleati, capacità net-centriche, bassa osservabilità, munizionamento di precisione per ridurre i danni collaterali ed elevata deployability, ossia la possibilità di proiettare le forze aeree oltre il territorio nazionale a distanza strategica.

In riferimento alla terza domanda, che mira a vagliare le opzioni di procurement disponibili per dotarsi delle capacità richieste, preso atto dell’attuale impraticabilità, in primis politica,  di un’iniziativa a livello europeo finalizzata alla realizzazione di un aereo di quinta ed ultima generazione, i ricercatori dello IAI provano ad esaminare l’ipotesi di una trasformazione dell’attuale Eurofighter, un velivolo concepito alla fine degli anni ’80 per altre funzioni. Svilupparne una versione da attacco al suolo che possa garantire prestazioni in linea con quelle dei cacciabombardieri di quinta generazione comporterebbe però oggi per i paesi europei un investimento ingente e poco conveniente in ragione dell’assenza di economie di scala, peraltro in un arco temporale di molti anni.

L’unica opzione realisticamente percorribile in Italia al momento, secondo lo studio, è dunque quella di continuare a partecipare al programma di acquisizione degli aerei F-35. Il progetto presenta senza dubbio dei punti critici: alcuni dei problemi tecnici riscontrati sono realmente fondati, ma costituiscono probabilmente delle difficoltà proprie di ogni progetto ad alto contenuto tecnologico, che vengono solitamente trattate e risolte in sede di attività di sviluppo e collaudo. Inoltre, il programma solleva anche altre questioni, quali ad esempio quella dello scarso trasferimento della tecnologia più avanzata dagli Stati Uniti agli altri partner, o della tipologia contrattuale prevista per la stipula degli accordi con i fornitori.

Tuttavia, gli aspetti positivi sembrano nel complesso superare i punti deboli del progetto. Tra questi ultimi vi sono per esempio l’interoperabilità, assicurata dalla presenza nel programma di altri 12 paesi partner, di cui 7 membri NATO, la net-centricità e la bassa osservabilità, garantite dal fatto che l’aereo sia stato concepito alla fine degli anni ’90 già come velivolo di quinta generazione, ed un maggiore livello di deployability. Infine, un altro vantaggio legato al programma è il significativo ritorno tecnologico per l’industria italiana dell’aerospazio e difesa, non solo per le grandi imprese, ma anche per le piccole e medie e l’indotto, nonché naturalmente per lo stabilimento FACO di Cameri (Novara), che sarebbe impossibile garantire in altro modo – la ricerca, peraltro, dedica agli aspetti industriali uno specifico capitolo.

Infine, il quarto quesito mira a valutare se sia preferibile acquistare F-35 “chiavi in mano” oppure partecipare al programma multinazionale di acquisizione: in base all’analisi contenuta nello studio, la seconda opzione risulta più vantaggiosa. Prendere parte al progetto sin dalle fasi iniziali consente al paese di ricevere ulteriori garanzie sulla possibilità di disporre effettivamente dei velivoli in tempo utile per sostituire la flotta precedente (evitando così costi aggiuntivi di leasing di assetti da altri paesi, ai quali l’Italia ha dovuto fare ricorso in passato), di aumentare le capacità di modificare ed aggiornare l’aereo in base alle proprie necessità, e ai piloti italiani di iniziare il prima possibile l’addestramento congiunto con gli altri equipaggi, guadagnandone così in fatto di interoperabilità. A fronte di oneri finanziari iniziali più elevati, connessi alle attività di ricerca e sviluppo e agli investimenti nella costruzione dell’impianto di Cameri, infatti, l’Italia potrebbe beneficiare in futuro del fatto di poter contare su un sito già attrezzato per le attività di manutenzione, riparazione e aggiornamento per dei velivoli con un ciclo di vita operativo stimato di circa 35-40 anni. Da ultimo, far parte di un progetto multinazionale permette all’Italia di rafforzare i legami politici con i paesi partner e con l’alleato statunitense.

Discutere oggi delle capacità aeree delle forze armate italiane, e quindi del programma F-35, in un’ottica di più lungo periodo, evitando le sollecitazioni dell’attualità politica contingente non è compito facile. Al di là delle singole opinioni sul programma F-35 in generale o su singoli aspetti di esso, per una riflessione più consapevole è auspicabile però che si compia un passo indietro e ci si concentri sulle ragioni di fondo che hanno orientato finora e dovranno guidare in futuro le scelte dell’Italia nel campo della sicurezza internazionale.

* Carolina De Simone is currently a PhD Candidate in International Relations at the LSE – London School of Economics and Political Science, and a Junior Researcher in the Security and Defence Programme of the Istituto Affari Internazionali (IAI)

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Uno spettro si aggira per l’Italia: la cultura strategica

Dopo anni, se non decenni, di pressoché generalizzata indifferenza, i temi della difesa appaiono con frequenza al centro del dibattito. La discussione, sebbene focalizzata sulla dimensione economica e finanziaria dei programmi di armamento (come i famigerati F-35), ha comunque acquisito rilevanza nei media e nelle istituzioni, permettendo di aprire una sorta di “finestra di opportunità” su argomenti perlopiù sconosciuti al grande pubblico. Gradualmente appare sempre più evidente come la riflessione strategica nazionale debba affrontare un complessivo processo di revisione della futura struttura della difesa. La volontà politica del governo di elaborare entro la fine dell’anno un nuovo Libro Bianco della Difesa è la più concreta testimonianza di questa presa di coscienza. Al tempo stesso, la recente indagine conoscitiva sui sistemi d’arma della Commissione Difesa (qui il testo finale) rappresenta uno sforzo importante compiuto dal Parlamento verso un maggiore coinvolgimento e una diversa consapevolezza da parte del ramo legislativo. Per quanto incentrata sul tema delle acquisizioni, e dettata perlopiù da una logica “economica” (per un’analisi critica si veda qui), il processo intrapreso negli ultimi mesi da parte della Commissione è stato comunque rilevante, dato il pregevole sforzo di approfondimento. Si tratta certo di qualcosa di assolutamente normale e dovuto per una Commissione Difesa ma, come ben sappiamo, il contesto storico, politico e culturale del nostro paese in materia di sicurezza e difesa ha reso la normalità una conquista.

In uno scenario segnato da un’attenzione esclusiva alla contingenza e al brevissimo periodo, la crescente volontà di promuovere un dibattito più ampio si accompagna al generalizzato (e giustificato) richiamo ad un aspetto drammaticamente carente nella riflessione sulla difesa: la “cultura strategica”. Come è stato ribadito più volte in recenti convegni e seminari, occorre sviluppare quanto prima una condivisa cultura strategica con la quale poter affrontare i temi della difesa senza farsi prendere ostaggio dalle necessità del momento. Spesso inascoltate, le (poche) persone che da anni si occupano di questi argomenti ripetono quanto sia fondamentale acquisire un linguaggio comune, svincolato dalla perdurante strumentalità e superficialità. L’ex Ministro della Difesa Arturo Parisi aveva individuato nella mancanza di ciò che aveva chiamato “cultura della difesa” il limite principale del dibattito nazionale in materia.

Ma cosa intendiamo quando si parla di “strategic culture”?

Lo studioso americano Jack Snyder introdusse nel 1977 l’espressione “cultura strategica” come strumento per interpretare la dottrina dell’Unione Sovietica. Secondo un altro politologo americano, Steven Rosen, il concetto stesso di cultura strategica è emerso per tentare di spiegare il diverso comportamento militare tra culture europee ed extra-europee, con particolare riferimento alla complessa decisione di andare o meno in guerra e al modo di combattere. Il conflitto in Vietnam favorì lo sviluppo di nuovi approcci che tenessero conto dei fattori culturali, avendo reso visibili le conseguenze nefaste di visioni etnocentriche.

La cultura strategica può essere definita come la lente interpretativa con la quale vengono filtrati gli eventi connessi all’uso dello strumento militare per fini politici.  Identità e contesto culturale rappresentano fattori-chiave per comprendere le politiche di difesa dei paesi.  Lo stesso Clausewitz già attribuiva un peso considerevole a elementi di tipo non-materiale per spiegare la guerra, primo fra tutti il morale dell’avversario. Sebbene abbia acquisito un ruolo crescente all’interno dello studio delle relazioni internazionali negli ultimi decenni, il concetto di cultura strategica rimane tuttavia controverso.

Una prima generazione di autori, come Snyder e Colin Gray, si è concentrata su fattori quali geografia, esperienze storiche e sistema politico per comprendere la cultura strategica. Una seconda generazione di studi concepisce la “strategic culture” come un prodotto dell’esperienza storica, veicolata però in modo funzionale agli interessi delle élite politiche e militari. Una terza generazione di autori, infine, affida alla cultura un potere esplicativo parzialmente indipendente dalle preferenze degli attori. Alistair Johnston, per esempio, reputa la cultura strategica come un “ideational milieu which limits behavioral choices”, ovvero un sintema di simboli (strutture argomentative, analogie, metafore) che stabilisce le preferenze strategiche in merito al ruolo della forza negli affari internazionali.

Sono quindi numerose le distinte concezioni di “strategic culture” presenti in letteratura e manca tuttora una definizione condivisa. La cultura strategica deve essere interpretata come causa diretta o come elemento che contribuisce a definire il contesto di azioni e decisioni? Gli autori della “prima generazione” rivendicano l’impossibilità nel distinguere il contesto culturale, inteso come persistenza di idee, attitudini e tradizioni (che non sono osservabili oggettivamente, poiché inscindibili da chi le esamina) ed il comportamento. Secondo Gray, la cultura strategica è quindi un “set of attitudes, beliefs and procedures that a community learns, teaches and practices”.

Aldilà al complesso rapporto tra cultura e comportamento, altro tema essenziale è quello del cambiamento. Il mutamento delle condizioni oggettive di un paese può trasformare il sistema culturale, modificando gli schemi interpretativi e normativi degli attori. Una cultura strategica sedimentata nel tempo e condivisa dagli attori-chiave all’interno della società, si trasformerà però lentamente e con difficoltà. Élite “socializzate” all’interno di una data cultura strategica si allontaneranno a fatica dal discorso strategico prevalente costruito attorni a valori ampiamente condivisi. Eventi di particolare rilevanza che alterano lo scenario internazionale possono però contribuire a modificare le scelte politiche e atteggiamenti culturali in materia di difesa. I codici interpretativi con i quali viene definita ed affrontata la realtà esterna possono quindi mutare poiché non più adeguati.  La fine della Guerra Fredda, per esempio, ha rappresentato uno shock in termini di cambiamento al quale gli attori nazionali, quali l’Italia, hanno dovuto fare fronte.

Proprio in relazione al tema del cambiamento, recenti studi (qui, qui e qui) hanno messo in evidenza la più grande contraddizione che riguarda la politica di difesa italiana. A fronte della considerevole trasformazione avvenuta dopo la fine dell’epoca bipolare (rinnovato attivismo militare, riforme del modello di difesa e trasformazione delle strutture) la cultura strategica nazionale è rimasta ancorata ai valori di riferimento della Guerra Fredda, ponendo la “pace”, l’”umanitarismo” e il “multilateralismo” come lenti interpretative principali della politica di difesa italiana. Il problema, come tali ricerche hanno dimostrato, è la superficialità di questi riferimenti concettuali, la loro strumentalità (si pensi alla differenza tra il complesso sistema valoriale del pacifismo e la stanca retorica delle “missioni di pace”). In altre parole, è ancora carente (per ragioni storiche, politiche e culturali) un linguaggio comune con il quale affrontare i temi della difesa, andando oltre la superficialità e le contingenze. La limitata produzione di documenti strategici (l’ultimo Libro Bianco è del 2002), è solo una delle più evidenti testimonianze di questa grave mancanza.

Oggi, di fronte alla necessità impellente di trasformazione delle forze armate e di revisione del modello di difesa nazionale, l’esigenza di una condivisa cultura strategica, interpretata come base di una riflessione approfondita un materia, appare lampante. Ma questo processo di acquisizione non può essere immediato, e passa in primis dal contesto educativo (dove siamo drammaticamente indietro su tali argomenti). È quindi troppo tardi? Crediamo di no. La presenza di occasioni di discussione e confronto, dal parlamento ai (vecchi e nuovi) media, è il primo passo necessario per alimentare un dibattito adeguato e consapevole. Certo, rispetto ad altri paesi siamo all’età della pietra, ma vogliamo vedere nei recenti segnali degli aspetti positivi. Un po’ come le serie televisive italiane. Siamo anni luce lontano dalla qualità di capolavori come  “The Sopranos” o “House of Cards”, ma “Romanzo Criminale” è comunque un passo avanti rispetto a “Don Matteo 5” (con tutto il rispetto per il glorioso passato di Mario Girotti, noto ai più come Terence Hill).

A fronte di questo velato ottimismo si percepiscono però due grandi rischi all’orizzonte.

Il primo è che, a fronte della complessità del compito che grava sui decision-makers, e alla ribalta mediatica degli elementi “economici” del dibattito, si rinunci a un vero approfondimento, si opti esclusivamente per la propaganda e si eviti ogni tentativo di acquisire una solida e più ampia consapevolezza sui temi della difesa. Il secondo rischio è quello opposto. Data la mancanza attuale di cultura strategica, proprio per evitare strumentalizzazioni, populismo e propaganda, la tentazione potrebbe essere quella di promuovere un dibattito chiuso, ristretto ed esclusivo.

A fronte di questi pericoli, riteniamo che solo una discussione inclusiva, lunga e complessa, possa far progredire davvero lo stato della cultura strategica italiana. Non attraverso l’omogeneizzazione dei punti di vista ma grazie al confronto vero e approfondito si può garantire quel linguaggio comune con il quale affrontare i temi della difesa e della sicurezza. Utopia? Beh, vale comunque la pena tentare. Altre occasioni per rimediare non ce ne saranno.

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Spending Review della Difesa: i numeri di Cottarelli

Mercoledì 23 Aprile, le Commissioni riunite di Difesa di Camera e Senato hanno svolto l’audizione del Commissario straordinario del Governo per la revisione della spesa pubblica, Carlo Cottarelli, sul processo di spending review. Un argomento sempre “caldo” nel dibattito attuale, anche alla luce delle recenti indiscrezioni circa il possibile dimezzamento dell’acquisto dei controversi caccia F-35.

L’audizione del Commissario Cottarelli ha riservato diversi spunti interessanti per la discussione, che si auspica possa essere la più ampia e trasparente possibile, soprattutto in vista dell’elaborazione del nuovo Libro Bianco.

Come giustamente ricordato dalla Rivista Italiana Difesa, la speranza è quella di avviare, per la prima volta, “un grande dibattito nel nostro Paese sui temi della politica di sicurezza e difesa”. Da tempo poi molti invocano una maggiore certezza delle risorse finanziarie nel medio-lungo periodo attraverso una programmazione meno estemporanea (un “piano quinquennale”?).

Quali sono allora gli elementi rilevanti dell’audizione di Cottarelli (qui il video) e degli interventi successivi in Commissione? In primo luogo i numeri.

Al fine di capire “quanto” spende l’Italia per la Difesa, il Commissario confronta la spesa nazionale con quella dei principali paesi Euro. Una comparazione che attiene alla Funzione Difesa e al complesso delle spese e non valuta specifici programmi d’investimento. Cottarelli indica quattro aspetti preliminari che dobbiamo considerare per confrontare adeguatamente la spesa italiana con quella internazionale:

  1. “Depurare i dati”: Nell’analisi di Cottarelli le spese per la Difesa del 20013 non comprendono le voci relative ai Carabinieri ma considerano sia i costi per le missioni internazionali sia il budget per i programmi militari del Mise. La cifra relativa al 2013 risulta allora di 18 – 18,5 miliardi di euro. L’1 – 1,15% del PIL. (Aldilà dei numeri, l’audizione conferma la necessità fondamentale di disaggregare i dati per uno studio approfondito delle spese della Difesa e anche di una sua prospettiva comparata. Per un approfondimento si veda qui)
  2. “I vincoli”. Se confrontiamo diversi paesi dobbiamo tenere in considerazione i vincoli di bilancio che ogni nazione si trova ad avere. In altre parole, cosa ognuno si “può permettere”. La spesa per interessi in Italia è più alta del 2,5% rispetto a quella degli altri paesi considerati. Senza parlare del debito pubblico. Lo spazio per altre forme di spesa primaria è di conseguenza assai limitato.
  3. “Riduzione generalizzata della spesa primaria”. Anche gli altri paesi stanno attuando processi (significativi) di riduzione della spesa. Quindi il confronto avviene con una realtà non statica ma in “movimento”. Un processo metodologicamente complesso.
  4. “Il PIL potenziale”. Il prodotto interno lordo italiano è generalmente più basso di quello degli altri paesi analizzati, a causa della stringente crisi economica. Ciò naturalmente, anche in ottica futura, ha un peso considerevole per lo studio del bilancio.

Tenendo in considerazione tutti questi fattori, Cottarelli arriva a individuare un “benchmark di spesa” con il quale confrontarsi dello 0,9%. Un dato inferiore a quello sopra indicato dell’1,15%. Diversamente da una visione corrente, quindi, ci sarebbe una fetta (di circa lo 0,2%, circa 3 miliardi di euro) da ridurre per quanto riguarda la Funzione Difesa.

In altre parole, quella che viene chiamata “spesa benchmark area Euro” è di fatto più bassa di quella italiana. È questa differenza (lo 0,2% appunto) che il Commissario suggerisce di tagliare (nella prospettiva triennale con la quale si muove Cottarelli). Ricordando, tra l’altro, che la Legge di Revisione dello Strumento Militare n.244 (la quale opportunamente propone un modello di ripartizione della Funzione Difesa con 50% personale,  25% esercizio e 25% investimenti) non comporta risparmi (ciò che sarà necessariamente ridotto dalla esorbitante voce del personale dovrà essere “reinvestito” nelle altre voci). Insomma, la spazio per tagliare ci sarebbe. Non sono state indicate strade precise da intraprendere ma solo numeri. Su questi, una opportuna nota a margine. L’analisi di Cottarelli si limita all’area Euro e non comprende quindi la Gran Bretagna (un caso che avrebbe certamente influenzato le cifre finali). Uno studio comparato molto parziale, dunque, rispetto ad un tema delicato e dove i confronti devono tener conto di molti fattori idiosincratici.

Oltre ai dati, due aspetti emergono infine dal dibattito in Parlamento. Il primo riguarda il percorso, quasi parallelo, che sembrano compiere Governo e Commissione Difesa. Quest’ultima da molti mesi ha avviato un’indagine conoscitiva dei sistemi d’arma (le cui conclusioni saranno pubblicate a breve) e promosso la partecipazione di molti soggetti alla discussione. Un approccio lodevole che dovrebbe essere considerato come base di partenza per il dibatto nazionale in vista del Libro Bianco. È un peccato che la Commissione non sia stata coinvolta prima della recente decisione del governo (ma non ancora tradottasi in Decreto Legge) di ridurre di circa 400 milioni gli investimenti pluriennali (non è ancora dato sapere quali in dettaglio, a parte, probabilmente, un lotto di F-35). Osservazioni, analisi e commenti fin qui prodotti sarebbero potuti essere utili. La speranza è che lo siano almeno per il futuro Libro Bianco.

Il secondo e ultimo aspetto che emerge dalla discussione attiene alla difficile distinzione tra “pareri tecnici” e “scelte politiche”. Cottarelli ha più volte ribadito che sarà la politica a decidere come ripartire le voci di spesa in relazione a obiettivi e priorità (e qui ritorna centrale proprio il Libro Bianco). Ma molti dei quesiti posti dai politici in Commissione richiedevano al Commissario pareri chiaramente…politici (dal giudizio su Mare Nostrum al tipo di programma da tagliare fino addirittura al tipo di Modello di Difesa migliore da adottare).

Forse la via migliore per superare questi fraintendimenti è quella di smettere di considerare quasi un insulto il termine “ideologico”, sinonimo spesso di partigiano o estremista. Al contrario, un trasparente confronto tra diversi sistemi valoriali e di credenze rafforzerebbe il dibattito stesso, approfondendolo. Ma questa è solo un’ipotesi.

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