Il Libro Bianco della Difesa (forthcoming?)

white book

Nelle ultime settimane, i temi della difesa sono stati (sorprendentemente) al centro del dibattito politico. In un paese nel quale difesa e sicurezza occupano solitamente uno spazio marginale nella discussione pubblica, la rinnovata attenzione agli affari militari appare un dato assai rilevante. Nel contesto della spending review, la possibilità di ridurre, o addirittura eliminare, il controverso programma JSF F-35 ha subito acquistato la prima paginadi molti giornali o riviste. Anche nel recente passato l’eventuale taglio dei discussi e contrastati caccia aveva attirato un minimo di interesse mediatico. L’elemento davvero innovativo del dibattito attuale è la proposta di collegare questo specifico provvedimento a una revisione complessiva della strumento militare  e all’elaborazione di un Libro Bianco della Difesa. Così, il balletto delle cifre presunte dell’F-35, le (pseudo) discussione tecniche, l’aggiornamento dei difetti (o dei pregi) del famigerato aereo, si inseriscono finalmente in un ambito più ampio e adeguato di discussione: quello strategico. A cosa servono questi aerei? Quali sono gli obiettivi dell’Italia negli scenari regionali di crisi nel breve, medio e lungo periodo? Quale valutazione complessiva possiamo fare dello stato delle Forze Armate? Quali rischi e minacce l’Italia deve contrastare? Quali sono, infine, gli interessi e le priorità strategiche?

Elaborare un “Libro Bianco”, come evidenziano anche alcuni recenti commenti, permette di rispondere a tali domande e di orientare le scelte di fondo della politica di difesa italiana.

La letteratura ha ampiamente evidenziato come i documenti strategici rappresentino un fattore determinante nella pianificazione delle politiche di difesa. Come ricorda Posen, la dottrina militare è una componente cruciale della politica di difesa perché evidenzia le minacce poste alle sicurezza nazionale, cercando di ridurre eventuali gap tra obiettivi politici e strumenti militari. Finnemore addirittura ritiene che la definizione degli interessi sia importante quanto la loro difesa. Attraverso lo studio dei documenti si possono infatti comprendere le mappe cognitive degli attori in materia di difesa e sicurezza, illustrando le caratteristiche centrali della cultura strategica e militare di un paese. Il fatto che l’ultimo “Libro Bianco” sia stato pubblicato nel 2002, la dice lunga sulla cultura strategica nazionale e sul suo grado di condivisione e approfondimento. Sono passati più di 12 anni dall’ultima “riflessione strategica”, 12 anni nei quali l’Italia ha impiegato i suoi uomini in moltissimi conflitti (dall’Iraq all’Afghanistan, dal Libano alla Libia) e nei quali lo scenario globale è cambiato notevolmente. A fronte di tali mutamenti, e al fine di orientare la politica di difesa italiana nel prossimo futuro, sarebbe allora fondamentale che il prossimo Libro Bianco, rispetti almeno 4 condizioni-chiave:

  1. Un ampio e dettagliato dibattito nazionale deve precedere l’elaborazione del documento. Le scelte di fondo sono chiaramente una responsabilità del governo, ma una discussione che coinvolga tutti gli attori (militari, esperti, società civile) ha il vantaggio di garantire una pluralità di prospettive e punti di vista, favorendo al contempo un minimo di attenzione mediatica a temi solitamente circondati da una fitta nebbia di disinteresse. La “Strategic Defense Review” britannica del 1998 può essere considerato il buon esempio da seguire;
  2. Alla luce della complessa trasformazione delle forze avvenuta nell’ultimo decennio, il documento deve promuovere una valutazione complessiva dello stato dell’arte del nostro strumento militare. Magari a partire dal quadro delineato dall’ultima riforma Di Paola del 2012, volta a correggere l’insostenibilità dell’attuale struttura, gravata da una percentuale non più sopportabile di spese destinate al personale. Senza un’analisi attenta del processo di evoluzione delle forze (compresi ostacoli, problemi, lezioni apprese, programmi decennali di armamento) diventa complesso pianificare;
  3. Il Libro Bianco, dopo aver ascoltato i diversi punti di vista e valutato progressi e problemi relativi alla trasformazione delle forze armate, deve stabilire con chiarezza delle priorità. Delineare delle priorità in un documento ufficiale italiano (nella Difesa e in molti altri settori) è come chiedere a Balotelli disciplina ed integrità. Ma, soprattutto alla luce delle attuali limitazioni finanziarie, stabilire un numero circoscritto di aree prioritarie (tematiche e geografiche) è davvero decisivo per il futuro della nostra difesa, la sua sostenibilità ed ilsuo impatto complessivo;
  4. Sarebbe infine auspicabile, che dopo decenni di interventi militari all’estero, i documenti strategici proponessero un “modello nazionale di intervento”, andando finalmente oltre alla stanca e stucchevole retorica delle “missioni di pace”, attingendo dalle molteplici (e spesso sconosciute) esperienze sul campo.

Kier evidenzia come la dottrina possa cambiare radicalmente, rimanere costante nonostante i cambiamenti o adattarsi alle condizioni esterne mantenendo intatti i valori-chiave che la compongono. A prescindere dagli esiti, speriamo che il dibattito ed il suo risultato finale (ovvero il Libro Bianco) permettano finalmente di porre al centro della discussione pubblica i temi della difesa. Evitando però di riparlarne tra altri 12 anni. Venus in Arms mapperà costantemente, nelle prossime settimane e mesi, la riflessione strategica nazionale, preliminare e parallela all’elaborazione del (tanto atteso) Libro Bianco.

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