Top 5 by Venus in Arms – week 17.

The dramatic crisis in Gaza is ongoing. Among several comments and op-eds, last week we focused on this alternative view regarding the widely debated Iron Dome. According to the MIT Professor Theodore Postol, the effectiveness of the system is overrated. Here and here you’ll find updated data and analyses on Iron Dome.

Apart from the ground war, IDF and Hamas are clashing also in terms of communication efforts. “The New York Times” provides an interesting account of such “struggle for domestic and international opinion”. In other words, a “clash of narratives” as a new level of propaganda war.

With the global attention devoted to the conflict in Palestine, we should not forget the worsening of security conditions in Libya. The website “Libya Body Count” well illustrates a war scenario: around 250 deaths only in July.

The F35 is a “hot issue” (and this is not a reference to the recent engine fire…) in the US. Here “The National Interest” highlights five possible ways to replace the JSF. Too late? The debate is still lively and controversial.

Finally, an Italian perspective. During the Italian Presidency of the Council of the European Union, Italy will coordinate EU policies leading to the negotiations of the new post-2015 development Agenda. If you are interested in development cooperation look at this website (in English) that shows a lot of data regarding Italian aid programmes.

Share Button

La politica di difesa del governo Renzi: un’analisi preliminare

Venus in Arms ha fornito il proprio contributo al nuovo dossier dell’ISPI dedicato alla presidenza italiana dell’Unione Europea. Abbiamo così tracciato un’analisi preliminare della politica di difesa fin qui condotta dal governo di Matteo Renzi.

Qui potere trovare il link al nostro articolo.

In sintesi, abbiamo cercato di evidenziare tre tratti distintivi nelle  scelte compiute dall’esecutivo in materia di sicurezza e difesa: il percorso di elaborazione del Libro Bianco,  le decisioni relative al bilancio delle forze armate ed infine le missioni internazionali approvate. La valutazione complessiva della politica del governo, dato l’arco temporale di analisi, non può che essere preliminare. I prossimi mesi consentiranno di confermare o confutare le prime impressioni raccolte.

Venus in arms continuerà quindi a seguire da vicino la politica di difesa italiana anche nel semestre di presidenza dell’EU.

Share Button

La trasformazione delle Forze Armate italiane

È apparso qualche giorno fa su The International Spectator, la rivista dell’Istituto Affari Internazionali, un nostro pezzo sulla trasformazione delle Forze Armate italiane nell’ultimo decennio (e oltre, partiamo dall’Afghanistan). L’articolo è il frutto di una riflessione che conduciamo da un paio d’anni, e che sta anche alla base di Venus in Arms, sulla necessità di contribuire al dibattito – non solo accademico – su come è cambiato lo strumento militare italiano nel più ampio contesto del mutamento occorso in ambito europeo e transatlantico. Si tratta di aiutare a sfatare alcune visioni manichee, sollevare il velo di alcuni pregiudizi che non permettono un dibattito aperto e consapevole.

Se proprio non vi va di leggere l’articolo, gli elementi centrali sono questi.

Il punto di partenza è il basso livello di attenzione che anche il mondo accademico ha dedicato al tema della trasformazione militare. Ciò non è vero per altri paesi, non solo gli Stati Uniti, dove la riflessione sulla dimensione nazionale del cambiamento (cosa è successo e cosa deve succedere) è stata più profonda (questo è un bel libro, per esempio). Da noi, si ha spesso la sensazione che per il pubblico più vasto formule semplici come “ci pensa l’Europa” (almeno in questo settore, l’euroscetticismo pare ancora sorprendentemente poco diffuso) e “meno F35” (versione attuale di “meno spese per la difesa”) possano esaurire il dibattito. E che in parallelo, siano pochi gli intellettuali (e in particolare gli “scienziati sociali”) che si dedicano all’approfondimento del “come” e “perché” la difesa sta cambiando. Tra esperti tecnici amanti dell’ala rotante e sostenitori di “armi difensive”, lo spazio per un dibattito pubblico approfondito sui temi della difesa e della sicurezza (anche con opinioni fortemente divergenti, al di là dell’occasionale retorica bipartisan) è assai limitato.

Secondo punto: quando si pensa ai cambiamenti, si dà talvolta per scontato che questi arrivino in maniera funzionale a ciò che accade sul terreno. Ipotesi ottimale (ed ottimistica) che non prende però in considerazione due aspetti rilevanti: 1) le forze armate sono organizzazioni complesse, che hanno una loro inerzia, e 2) il cambiamento è spesso il frutto di una difficile mediazione fra sfida ambientale e dinamiche organizzative. Non vuol dire, è la visione opposta a quella espressa sopra, che le organizzazioni resistono sempre al cambiamento: vuol dire che il comparto difesa non è una start-up e cambiare è difficile perché le trasformazioni devono tenere conto di esigenze molteplici. Le rivoluzioni, in questi settori, non avvengono. Se avvengono, possono essere molto pericolose.

Terzo punto: dato che il dibattito non è sviluppato e che il cambiamento non avviene nel nulla (e nondimeno avviene) è opportuno ricostruire il processo, non guardare solo all’inizio e alla fine ma osservare il movimento, il percorso di evoluzione. Che è stato considerevole: dall’organico (con la sospensione della leva) alle operazioni oltre confine (l’Afghanistan come vero punto di svolta in termini di capacità operative) ai mezzi (una nuova portaerei, nuovi veicoli blindati, e così via). Sono cambiate anche le istituzioni, nel loro complesso: negli ultimi anni la struttura dei vertici delle Forze Armate è stata modificata e si è sviluppato un nuovo modello di difesa, più “leggero” e orientato alle operazioni.

Quarto e ultimo punto: questi cambiamenti sono stati funzionali? E poi, sono sufficienti? Qui davvero dovreste leggere l’articolo, e non basterebbe (infatti ci scriviamo anche un libro). Però tre aspetti emergono come ancora irrisolti. Il primo è il nodo del costo del personale in rapporto alle spese complessive (estremamente alto). La riforma Di Paola che punta ad una riduzione dell’organico simultanea all’efficientamento dello stesso (aumentando cioè la percentuale del personale effettivamente impiegabile) va nella direzione giusta (per quanto assai lentamente), ma rimane il fatto che le spese future dovranno tenere sempre più conto delle necessità di mantenere le forze operative (anche quando terminerà la lunga missione in Afghanistan) e dunque di accrescere la voce di bilancio dedicata all’ “esercizio”. Secondo, la sostenibilità del modello di difesa che si è sviluppato negli ultimi anni è (anche) chiamata in causa dagli impegni finanziari assunti in una fase precedente. Investimenti che talvolta hanno origine nel contesto strategico della Guerra Fredda e che non sempre sono stati coerenti con i nuovi impegni affrontati dalle Forze Armate, in particolare dopo il 2001. E tuttavia, investimenti non sempre facilmente “modulabili” o eliminabili, e che quindi pesano ancora sul bilancio della difesa in tempi di crisi. Terzo, il dibattito pubblico è ancora molto limitato. A fronte di significativi cambiamenti, il livello di riflessione pubblica è rimasto al palo, caratterizzato perlopiù dalla (stanca) retorica delle “missioni di pace”. Per parte sua, il Ministero della Difesa potrebbe essere più attivo nello stimolare riflessioni nazionali su questioni strategiche e promuovere maggiormente le proprie attività, aumentando il suo “public outreach” (in linea con quanto sta tentando di fare l’intelligence). Un nuovo Libro Bianco della Difesa, a 12 anni di distanza dall’ultimo, potrebbe essere un’ottima occasione per questo rilancio.

Share Button