L’Italia e la crisi in Libia. Un grave errore da evitare

Nelle ultime settimane l’attenzione mediatica sulla crisi libica è aumentata, soprattutto in seguito al brutale omicidio dei copti egiziani rivendicato e propagandato dalle milizie allineate all’ISIS. L’effettiva consistenza delle forze del sedicente “califfato” in Libia è ancora un dato controverso, ma la preoccupazione per la presenza di questi gruppi a poche migliaia di chilometri dall’Italia è certamente giustificata.

La possibile minaccia dell’ISIS ha così alimentato il dibattito relativo al “che fare” per risolvere la guerra civile in Libia, scatenatasi nel contesto di instabilità successivo all’intervento militare del 2011. Gli argomenti al centro della discussione attuale ruotano sugli errori del passato o sul “senso di emergenza” dovuta alla duplice minaccia, l’avanzata dell’ISIS e la temuta “invasione” di un nuovo flusso migratorio verso l’Italia, tema suscettibile a continue strumentalizzazioni politiche (ne abbiamo parlato in dettaglio un precedente post). Ma, al di là di alcune dichiarazioni isolate,  che hanno anche paventato un intervento militare italiano, appare assente una riflessione adeguata sulle possibili soluzioni del cuore della crisi, ovvero la guerra civile che si è scatenata tra le forze legate al governo di Tobruk (riconosciuto internazionalmente e ampiamente sostenuto dall’Egitto) e la coalizione Libya Dawn , composta da forze islamiste e milizie (come quelle di Misurata), che comandano tuttora a Tripoli.

Osservando la posizione del governo italiano (variegata a dir la verità) sembra che Roma, giustamente prudente rispetto all’idea di un nuovo complicatissimo intervento militare, propenda per un rafforzamento del legame con gli “uomini forti” di Tobruk e del Cairo. Una posizione condivisa dalla Francia e da quei paesi arabi che mirano alla sconfitta totale dei Fratelli Musulmani.

Ma schierarsi con Tobruk sarebbe un grave errore da parte dell’Italia.

In un recente articolo uscito per Foreign Policy, Mattia Toaldo e Jason Pack illustrano chiaramente come la soluzione diplomatica del conflitto sia la via prioritaria da seguire, evitando la inefficace e controproducente opzione di schierarsi con una parte in confitto. Il senso di urgenza alimentato dalla crescente minaccia dell’ISIS, come terzo attore in gioco, rischia di danneggiare gli sforzi diplomatici, che richiedono tempo.

Secondo gli autori: “Western governments should not view the Libyan crisis solely in the context of counter-terrorism and energy policy. To do so would be to address a symptom of the crisis rather than its cause. The rise of Islamic State-aligned militias in Libya is a result of the civil war, so mediating an end to it should be the priority.”

La proxy war combattuta da vari stati della regione in Libia non fa che peggiorare le cose. Proprio per questo, interrompere il flusso di denaro che è tuttora alimentato da attori esterni sarebbe cruciale: “Alternative financial institutions created by the two rival governments should be denied the recognition that would allow them to enter into contracts with international firms”.

Per prevenire e constare la minaccia dell’ISIS occorre in primis porre fine alla guerra civile. “The disintegration of the Libyan state is already allowing for the creation of IS enclaves on the Mediterranean. Libya’s smuggled oil wealth, caches of heavy weaponry, and pilfered bank accounts could give Islamic State a new lease on life just as it is losing ground in Iraq

Gli autori, giustamente, ritengono che l’unica soluzione al momento sia quella negoziale. Sarebbe opportuno che il governo italiano segua con forza e convinzione questa strada. Alcuni membri del governo e della maggioranza in Commissione Esteri sembrano aver capito che schierarsi con Tobruk ed Egitto è un grave errore. Intelligence e diplomazia sono gli asset principali che Roma deve impiegare nel contesto multilaterale. Ma proprio in questo ambito le costanti difficoltà nel coinvolgere alleati ed Unione Europea ad uno sforzo maggiore (e congiunto) nel gestire il fenomeno migratorio non appaiono certo di buon auspicio.

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Il nemico alle porte? Immigrazione e forze armate. Alcuni spunti di riflessione

Alcuni giorni fa il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni ha messo in luce i possibili rischi di “infiltrazione” di terroristi tra i migranti che arrivano in Italia, evidenziando le necessità di potenziare gli strumenti di controllo e vigilanza in materia di sicurezza nazionale. Le parole del Ministro hanno subito alimentato un accesso dibattito sui pericoli derivanti dall’immigrazione clandestina e sull’efficacia delle politiche attuali. Al di là della consueta retorica populista, condita di superficialità, strumentalità e razzismo, il tema richiede senza dubbio un’analisi approfondita.

Venus in Arms si propone in seguito di dare un piccolo contributo, esaminando l’argomento che conosce meglio, le forze armate italiane e le missioni all’estero. Il tema del rapporto tra immigrazione e terrorismo è estremamente complesso e deve essere analizzato in primis attraverso una prospettiva politologica e sociologica, che ponga l’accento sui traffici, la gestione complessiva del fenomeno migratorio e il diritto internazionale. Ma un dato appare evidente se osserviamo quanto fatto dall’Italia negli ultimi anni in materia di controllo e contrasto all’immigrazione clandestina, all’interno di un quadro temporale ampio, che vada oltre Mare Nostrum e i “respingimenti”: le forze armate sono state impiegate frequentamene in operazioni all’estero il cui scopo primario è stato quello di affrontare la minaccia posta dall’immigrazione clandestina.

Venus in Arms ha condotto recentemente una serie di studi relativi alla modalità con la quale le forze armate italiane hanno affrontato minacce non militari quali appunto immigrazione clandestina, criminalità organizzata, emergenze umanitarie, disastri ambientali, ecc. Rispetto al tema dell’immigrazione abbiamo per esempio analizzato le operazioni navali condotte in occasione delle missioni Albania (“Pellicano” 1991 e “Alba” 1997), in Kossovo (“Allied Harbour” 1999) e Libia (respingimenti, “Unified Protector” 2011  e “Mare Nostrum”).

Senza l’ambizione di fornire una disamina dettagliata dell’argomento, proponiamo qui di seguito alcuni punti-chiave su aspetti quali impiego delle forze armate, scelte politiche adottate, lezioni apprese e dinamiche regionali e internazionali. Una sorta di vademecum di elementi che devono essere presi in considerazione se si vuole alimentare un dibattito approfondito in materia.

  • Come emerge chiaramente dall’analisi dei documenti strategici nazionali e comunitari, la percezione della minaccia va ben oltre le tradizionali sfide di tipo militare alla sicurezza nazionale. La visione multidimensionale della minaccia è un dato constante della dottrina nazionale e della cultura strategica e militare italiana post Guerra Fredda. Alla necessità di difendere i confini dalla possibile invasione sovietica si è sostituita l’esigenza di garantire la sicurezza attraverso l’impiego delle forze armate italiane per contrastare fenomeni quali pirateria o traffici transazionali.
  • Al di là del peculiare contesto di intervento, dello scenario di crisi e della realtà politica nazionale, possiamo distinguere almeno tre distinti “approcci nazionali” che sono stati adottati (anche in modo bipartisan), dalle missioni nel Canale d’Otranto a quelle nel Mar Mediterraneo: il respingimento dei “barconi” attraverso unità navali militari e di polizia; il pattugliamento e la dissuasione attraverso un dispositivo militare concentrato in acque internazionali e vicino alla costa del paese di provenienza, il soccorso in mare, con unità di primo intervento già predisposte nei mezzi navali.
  • Un fattore cruciale è rappresentato dalla decisione (o meno) di intervenire attraverso componenti civili e militari direttamente nell’area di crisi per favorire un processo di stabilizzazione, ricostruzione e sviluppo, volto a diminuire nel medio e lungo periodo l’afflusso di immigrati, unito ad azioni di soccorso ed intervento umanitario. Nei Balcani, parallelamente a scelte più o meno rigide nel controllo e contrasto dei migranti tra 1991 e 1999, la soluzione dell’intervento diretto on the ground è sempre stata intrapresa.
  • Un secondo elemento rilevante riguarda la scelta di tempi e modi di concessione dello status di rifugiato, attraverso meccanismi volti alla verifica promossi a terra o realizzati durante le operazioni di soccorso. Tale decisione è stata adottata con discontinuità, sia nella tratta Adriatica che in quella Mediterranea, suscitando spesso polemiche e controversie sul piano etico, morale e del diritto internazionale. Da una parte, politiche restrittive si sono rivelate efficaci nella limitazione nel breve periodo dei flussi, dall’altra non rappresentano da sole soluzioni al problema e comportano considerevoli conseguenze sul piano del rispetto delle norme in materia di diritto internazionale umanitario.
  • Il terzo aspetto da tenere in considerazione è la capacità di deterrenza e dissuasione garantita dalla presenza di unità militari. Una politica estremamente rigida, di solo contrasto e respingimento, senza alcuna possibilità fattiva di richiesta dello status di rifugiato (in mare e in terra), per quanto potenzialmente efficace nella limitazione dei flussi nel breve periodo, appare irrealizzabile nel medio e lungo periodo per ragioni di tipo politico, data la mancanza di alcun intervento sulle cause ultime della crisi, e di tipo giuridico, come illustrato dalla sentenza della Corte di Strasburgo che ha condannato l’Italia per i respingimenti. Occorre poi ricordare, al di là delle decine e centinaia di tragedie causate da scafisti senza scrupoli che hanno abbandonato al loro destino le “carrette del mare”, i drammatici episodi relativi al respingimento degli immigrati (sia in mare come avvenne nel 1997 nel caso della Kater y Rades, sia in terra come conseguenza dell’abbandono di centinaia di persone in mano al brutale regime libico dal 2009 al 2011).
  • Infine, l’ultimo elemento-chiave è il coinvolgimento di una forza multinazionale che supporti i singoli stati nel controllo e nella gestione dei flussi. Il grado di burden-sharing in materia è stato davvero minimo, anche nel caso dei Balcani. Una condizione non certo realizzata nel Mediterraneo, a testimonianza delle difficoltà dell’Unione Europea nel ridurre il gap tra ambizioni, dottrina (che attribuisce priorità alla lotta al human trafficking) e realtà operativa. Non sembra proprio che l’attuale struttura di Frontex, né la missione “Triton”, che dovrebbe sostituire “Mare Nostrum”, possano rappresentare efficaci soluzioni in materia.

Come detto, l’argomento richiederebbe una disamina ben più ampia e approfondita. Ma gli elementi sopra citati possono forse rappresentare un piccolo e utile spunto di riflessione. Quel che sembra evidente è che l’Italia sia ancora in cerca dell’approccio più efficace, che possa combinare in modo flessibile pattugliamento, dissuasione, soccorso, e appunto contrasto diretto alle organizzazioni transnazionali che traggono vantaggio dai traffici di esseri umani. Il solo impiego di un dispositivo militare non risolve certo da solo il problema.

Nei prossimi post daremo conto del risultato delle nostre ricerche, a partire dai paper che presenteremo all’International Studies Association (ISA) Annual Conference di New Orleans a fine Febbraio.

 

 

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