Organized crime, insurgencies and international politics. ISIL is the Joker…

Here below you’ll find a quotation taken form a recent interview given by President Obama. It well illustrates the nexus between organized crime and insurgencies. Obama refers to the case of the ISIL quoting “The Dark Knight“. I’ll use it in my security courses…

“Advisers recall that Obama would cite a pivotal moment in The Dark Knight, the 2008 Batman movie, to help explain not only how he understood the role of isis, but how he understood the larger ecosystem in which it grew. “There’s a scene in the beginning in which the gang leaders of Gotham are meeting,” the president would say. “These are men who had the city divided up. They were thugs, but there was a kind of order. Everyone had his turf. And then the Joker comes in and lights the whole city on fire. isil is the Joker. It has the capacity to set the whole region on fire. That’s why we have to fight it.”

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The Military Impact of Foreign Fighters on the Battlefield: The Case of the ISIL

We are pleased to announce the publication of the book: “Foreign Fighters under International Law and Beyond“, F. Capone, A. de Guttry, C. Paulussen (eds), Springer, 2016.

Here you’ll find all the details related to the edited volume that offers a broad and multidisciplinary perspective on the underexplored phenomenon of foreign fighters.

Here the “Table of contents”

The book “provides an overview of challenges, pays considerable attention to the status of foreign fighters, and addresses numerous approaches, both at the supranational and national level, on how to tackle this problem. Outstanding experts in the field – lawyers, historians and political scientists – contributed to the present volume, providing the reader with a multitude of views concerning this multifaceted phenomenon. Particular attention is paid to its implications in light of the armed conflicts currently taking place in Syria and Iraq“.

We have provided a contribution with the chapter: “The Military Impact of Foreign Fighters on the Battlefield: The Case of the ISIL” (by F.Coticchia).

Here below the abstract:

The so-called ‘foreign fighters’ are the most controversial example of the increasing relevance of transnational actors in global politics and contemporary warfare. The border between domestic and international security is becoming blurred due to the potential adverse impacts of these fighters, mainly in terms of consequences related to their experience on the ground (blowback effects, terrorist attacks, radical propaganda, etc.). Despite a mounting interest in this issue, scarce attention has been devoted to the mechanisms through which these foreign fighters are trained and, above all, the ways in which they spread military innovation and adapt across conflicts and crisesLooking at the case study of ISIL (Islamic State of Iraq and the Levant), this chapter will investigate the patterns of the military involvement on the battlefield of foreign fighters as well as their role in the process of elaboration and diffusion of approaches, tactics and lessons learnt.

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Renzi, l’ISIL e la politica estera italiana

Le minacce poste dell’ISIL e le modalità con le quali sconfiggere il sedicente Califfato hanno rappresentato i temi cruciali delle relazioni internazionali nel 2015. Gli attentati in Francia e in Medio Oriente, la guerra in Siria e in Iraq hanno naturalmente conquistato l’attenzione mediatica nell’anno che sta per giungere al termine.

Pertanto appare importante esaminare in dettaglio le scelte compiute dal governo italiano in materia. In seguito agli attacchi di Parigi, infatti, l’Italia ha deciso di “non mettersi l’elmetto”, come titolava il giornale di riferimento del governo. Occorre fare maggiore chiarezza su questo punto, al di là delle polemiche partitiche e delle strumentalizzazioni varie.

Tre dati vanno ricordati come premessa per un’adeguata riflessione:

  • L’Italia è impegnata militarmente nella colazione anti-ISIL a partire dall’Agosto del 2014, attraverso l’operazione “Prima Parthica” (qui per un dettaglio), basata su attività quali aiuto umanitario (nella primissima fase dell’intervento), addestramento di forze di sicurezza locali, voli di ricognizione. In poche parole, il tanto decantato attivismo tedesco (??) non è niente di più di quello che Roma fa da più di un anno ormai;
  • L’Italia da vari lustri fornisce un contributo considerevole alla sicurezza regionale e internazionale, dall’Afghanistan al Libano, dalla Somalia ai Balcani (in attesa di capire cosa fare in futuro Libia). Nel Mediterraneo, per esempio, l’impegno nazionale è significativo ormai da mesi. Anche in questo caso, non c’è paragone tra il dinamismo della politica di difesa italiana e quella tedesca (per una volta, partite di pallone escluse, a favore dell’Italia…). Certamente, soprattutto dall’inizio della crisi finanziaria il contributo militare italiano si è ridotto (per un’analisi dettagliata della trasformazione militare italiana nell’era post 2001 italiana si veda qui) per quanto esso rimanga considerevole anche in termini qualitativi (grazie all’esperienza accumulata nel tempo e ad asset-chiave, come Carabinieri e Genio);
  • Sebbene, quindi, non ci sia alcun “immobilismo” italiano, il governo ha certamente  agito con estrema prudenza in seguito alla richiesta francese di maggior impegno militare contro l’ISIL (in particolare attraverso i bombardamenti alle postazioni del Califfato). Una prudenza effettivamente diversa dal tradizionale approccio post-bipolare italiano all’impiego delle forze armate all’estero, molto dinamico e pronto a fornire il proprio supporto agli alleati (come avvenuto in tutte le principali aree di crisi degli ultimi venticinque anni). In altre parole, molti si sarebbero aspettati una maggiore disponibilità nel promuovere azioni d’attacco al suolo iracheno, data la presenza dei Tornado già al fronte (e come peraltro paventato già in passato come ipotesi percorribile). Solo dopo molte settimane il governo ha annunciato l’invio di nuovi soldati a Mosul, in seguito alle parole di Obama relative ad un impegno maggiore degli alleati. Un conto, quindi, è rispondere agli Stati Uniti e un altro è farlo rispetto alla Francia, pur in seguito al dramma deghi attentati di Parigi.

In sintesi quindi, occorre esaminare le possibili variabili esplicative di tale (apparente) discontinuità. Quali sono gli aspetti-chiave che permettono di capire l’approccio nazionale al contrasto dell’ISIL? Più in generale, quali sono le determinanti della politica estera e  di difesa del governo Renzi?

Come già illustrato in un precedente post, tali domande sono alla base di una ricerca che stiamo conducendo (considerando non solo il caso dell’ISIL ma anche altri ambiti di politica estera e di difesa, dalla Russia all’Unione Europea fino al tema dell’immigrazione) e che presenteremo alla prossima conferenza dell’International Studies Association ad Atlanta (Marzo 2016).

In via preliminare, possiamo illustrare alcune possibili spiegazioni (non mutuamente esclusive) delle scelte finora compiute del governo:

1)   Dall’emergere della crisi economica l’Italia ha obbligatoriamente modificato il proprio approccio ai temi di difesa e sicurezza. I constraints finanziari non consentirebbero più di sostenere quel livello di impiego delle forze all’estero che aveva contraddistinto l’Italia dalla fine della Guerra Fredda. Come in Mali così in Iraq, l’Italia non può essere ovunque perché non ha più le risorse. Questo porterebbe quindi ad una maggiore prudenza nell’uso della forza all’estero;

2)   Come ampiamente sottolineato dal governo e dal premier, le lezioni apprese degli interventi del passato (la Libia in primis) dovrebbero consigliare una maggiore cautela nell’impiego della forza militare per sconfiggere gruppi come l’ISIL. Più in generale, sono altri gli strumenti che dovrebbero essere privilegiati per combattere il terrorismo (da qui il focus governativo sulla “cultura” fino alla sempre più dibattuta cyber-security);

3)   Sebbene l’attenzione mediatica si sia “riversata” in Iraq e Siria, le crisi regionali degne di nota sono purtroppo molte altre. Le minacce poste all’Italia da aree strategicamente più rilevanti (di nuovo la Libia) imporrebbero di “prioritizzare” gli interventi, agendo con più cautela tra Bagdad e Damasco (senza dimenticare la centralità del rapporto con Stati Uniti e NATO, come emerso dalla volontà di non diminuire gli effettivi presenti in Afghanistan).

4)   La dimensione interna, infine, non può essere trascurata per capire le scelte dell’esecutivo. Secondo una spiegazione “domestica”, il focus principale del premier (come sottolineato a ripetizione durante la consueta conferenza stampa di fine anno) sono le riforme istituzionali ed economiche. Cioè la politica interna. Mostrare il fianco a possibili critiche dell’opposizione (dalla minoranza PD ai 5stelle) in seguito a una scelta ardita e potenzialmente impopolare di politica estera (cioè una missione di bombardamenti contro l’ISIL) sarebbe stato molto rischioso per Renzi.

Per schematizzare brutalmente, quindi: variabile economica, culturale, strategica o domestica?

In seguito ad un’analisi più approfondita (basata su interviste, documenti ufficiali, dibattito parlamentar e fonti secondarie) cercheremo di fornire qualche risposta più strutturata.

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Parlare di conflitti, guerra e pace in Italia

In giorni come questi, segnati dalla crescente preoccupazione per possibili attacchi terroristici sul suolo europeo (e non solo), l’interesse generale verso i temi della sicurezza e della difesa tende naturalmente ad aumentare. I drammatici eventi in Sinai, Libano, Francia e Mali hanno data ribalta mediatica ad argomenti non sempre al centro del dibattito pubblico, come l’ISIL e le guerre in Iraq e Siria.

In Italia poi, l’attenzione verso le questioni internazionali è tradizionalmente basso, addirittura scarso per quanto riguarda gli affari militari. Per motivi culturali e politici (qui  e qui per una spiegazione più dettagliata) questi temi sono ai margini della discussione, sia in Parlamento (si pensi che 1/3 delle missioni all’estero post 1945 non è mai stata nemmeno approvata dalle Camere) che nei mezzi di comunicazione. Salvo limitate  eccezioni ed eventi “emergenziali”, come appunto gli attacchi di Parigi, il dibattito pubblico ha da anni messo in secondo (e terzo) piano issue legate alla politica internazionale e alla sicurezza globale. Anche l’Università non si distingue per un particolare impegno dato il numero limitato (in ottica comparata) di corsi e docenti che insegnano materie internazionalistiche o studi di sicurezza. Ma lasciare che la riflessione strategica nazionale sia demandata a pochi “esperti” (i quali, di fronte ad una diffusa ignoranza sul tema si lasciano spesso, e anche comprensibilmente, andare a “orizzonti di boria”) non è saggio né consigliabile.

Proprio per questo Venus in Arms segnala con piacere (come ha già fatto in un precedente post) il ciclo di seminari “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” (promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova e organizzato da Andrea Catanzaro  e dal nostro Fabrizio Coticchia). Il ciclo di seminari si pone proprio lo scopo di approfondire i temi relativi all’evoluzione della sicurezza internazionale attraverso una serie di incontri, workshop e convegni con accademici, esperti e practitioner del settore.

La prossima settimana in particolare gli studenti avranno l’opportunità di discutere di guerra, pace e conflitti attraverso due prospettive diverse, ma capaciti di fornire un quadro dettagliato dell’evoluzione della sicurezza contemporanea.

Lunedì 23 Novembre (ore 12-14 aula 16, Dispo) il Generale Gianmarco Badialetti affronterà un tema sempre più rilevante: “Dal peacekeeping ai conflitti ibridi, l’evoluzione delle operazioni militari contemporanee”. Il giorno successivo, Martedì 24 Novembre (ore 12-14 aula 16, Dispo ), Francesco Vignarca, (Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo) illustrerà: “Le campagne per la pace e il disarmo: comunicazione, approcci e attori”. 

Si parlerà quindi di operazioni militari, missione in Afghanistan, trasformazione della Nato, pacifismo, F-35, campagne e mobilitazioni. Crediamo sia una scelta molto utile ed interessante, in un contesto nazionale caratterizzato più da polemiche sterili che da approfondimenti necessari.

Qui per un  dettaglio dei prossimi incontri.

Ci vediamo a Genova…

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 78: “ISIL and terrorism”

This week our Top5 is entirely devoted to the dramatic terrorist attacks that killed 129 people in Paris last week. While police raids are still ongoing in Europe, we suggest four (+1) links to useful analyses provided by experts and scholars on the broad issue of “ISIL and terrorism”. Let’s see how political science can help us in interpreting the current scenario.

First, how effective is terrorism? In this excellent paper for International OrganizationVirginia Page Fortna investigates the issue, stressing “that although civil wars involving terrorism last longer than other wars, terrorist rebel groups are generally less likely to achieve their larger political objectives than are non-terrorist groups“. If the question is “Do terrorists win”, the answer is simply: no.

Second, one the most important experts on foreign fighters, Thomas Hegghammer (and his co-author Petter Nesser), recently assessed the Islamic State’s commitment to attacking the West. In this paper for “Perspectives on Terrorism”, the authors “examine IS statements and take stock of IS-related attack plots in Western Europe, North America, and Australia from January 2011 through June 2015 using a new dataset of jihadi plots and a new typology of links between organizations and attackers. IS appears to have had a decentralized attack strategy based on encouraging sympathiser attacks while not mounting centrally directed operations of their own”. So, is the Paris plot a turning point?

Third, Clint Watts provides an insightful analysis on ISIL and its recent evolution in tactics and strategies. Comparing ISIL with Al-Shabaab the lesson could be the following: “If an extremist group that has seized territory starts to lose it, it will be highly incentivized to turn to terrorist operations that allow for maximizing effects at a lower cost“.

Fourth, some concrete suggestions from the field on how to counter ISIL in Iraq. Here the post by Michael Knights for War on the Rocks on “how to build on progress and avoid stalemate against ISIL”.

Five, from an historical perspective this video well illustrates the evolution of Europe across centuries and how it will be difficult for terrorists to destabilize our countries if we remain unite.

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Guerra, diritto e sicurezza nelle relazioni internazionali

Venus in Arms è lieto di partecipare al Convegno: “Guerra, diritto e sicurezza nelle relazioni internazionali” (Firenze, 22-23 Ottobre 2015).

Il convegno è il primo seminario ispano-italiano legato al progetto I+D+i “La guerra y sus justificaciones. Problemas y tendencias actuales” finanziato dal Ministerio de Economía y Competitividad de España con il patrocinio del Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università degli Studi di Firenze.

Qui trovate la locandina dettagliata dell’evento, con i titoli degli interventi e gli speaker.

Le sezioni principali saranno tre: “Semantiche del conflitto“, “Esercizi di giustificazione” e  “Scenari dell’ordine“.

Fabrizio Coticchia, di ViA, interverrà nell’ultima sezione, attraverso un’analisi del ruolo militare svolto dai Foreign Fighters nel caso dell’ISIL (qui in un precedente post, e qui per il dettaglio di una prossima pubblicazione sul tema Foreign Fighters).

Il convegno si svolgerà a Villa Ruspoli, in Piazza Indipendenza 9 (Firenze).

Ci vediamo a Firenze!

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Il Dilemma della sicurezza europea: Est e/o Sud?

Una grande canzone pop trash degli anni 90 aveva come ritornello i quattro punti cardinali. Da quello che leggiamo e vediamo rispetto al contesto della sicurezza europea, il dibattito pare sempre più orientato attorno a  dilemma che si lega a due direzioni possibili della bussola: l’Est e il Sud. Da dove proviene la “minaccia principale” per i paesi europei?

La prima possibile riposta riguarda il  “fronte orientale“, caratterizzato dall’esplosione della crisi Ucraina, dalla politica estera russa, dalla guerra “ibrida”, attorno alla quale tanto si è discusso. I paesi dell’Europa orientale, a partire dalla Polonia e dagli stati Baltici, sono naturalmente iper-preoccupati delle conseguenze legate al coinvolgimento militare Russo nel conflitto ucraino e ai possibili cambiamenti geopolitici nell’area. Stati Uniti, NATO ed alleati hanno cercato di rassicurarli, attraverso il  dispiegamento di forze e la creazione di nuovi strumenti ad hoc come la NATO Readiness Action Plan (RAP). Il summit in Galles aveva proprio la RAP come principale novità ed il fulcro della riflessione strategica ruotava attorno alla crisi Ucraina e al nuovamente complesso rapporto con la Russia.

Tre brevi considerazioni vanno fatte in merito al “fronte orientale” come focus prioritario dell’Alleanza Atlantica e dei paesi europei in generale.

1) Nonostante nel passato l’attenzione generale si sia concentrata sul crisis management e sulle missioni in aree di crisi, soprattutto nel contesto post 11-Settembre, la difesa collettiva rappresenta sempre il core business della NATO. Un aspetto che i membri “orientali” dell’Alleanza non fanno che ricordare.

2) A fronte di scenari complessi, minacce asimmetriche, conflitti tra gruppi armati irregolari, terrorismo, stati fragili o falliti, è in effetti “più facile” capire lo scenario ucraino dal punto di vista prettamente militare e strategico. In altre parole, per le élite politiche e militari atlantiche la difesa territoriale rappresenta un concetto più agile da maneggiare, meno difficile da interpretare (sappiamo almeno chi è l’avversario, conosciamo abbastanza le sue caratteristiche e risorse, etc.). Dopo decenni di Guerra Fredda le forze armate europee si sono dovute adattare e trasformare per affrontare contesti completamente nuovi. Un ritorno al passato, pur con le notevoli ed evidenti differenze, potrebbe anche inconsciamente essere accettato più facilmente. Anche dal punto di vista del weapons procurement, dopo anni nei quali molti si chiedevano il perché dover continuare ad acquistare mezzi da Guerra Fredda per missioni contro guerriglieri e gruppi criminali, adesso è certamente più semplice giustificare tale scelta.

3) Non tutti i paesi europei la pensano allo stesso modo nei confronti della Russia. Gli interessi economici in gioco sono enormi e la cautela si impone d’obbligo per quelle nazioni che hanno sviluppato un’ampia rete di rapporti commerciali con Mosca, a partire dal tema della dipendenza energetica. L’Italia lo sa bene.

In aggiunta a queste riflessioni generali, ora che Putin sembra orientare l’attenzione verso la Siria, dobbiamo domandarci se cambierà davvero qualcosa rispetto alla centralità del “fronte orientale” per la NATO in primis ed anche per l’Europa in generale? Che ruolo può avere in tutto ciò l’UE, che sta ripensando lo propria strategia globale? Quale direzione diplomatica prenderà l’amministrazione Obama? Che cosa emergerà dal prossimo summit dell’Alleanza Atlantica? Che cosa diranno i paesi europei che affacciano sul Mediterraneo?

Per rispondere occorre tenere presente la crescente importanza del “fronte sud” per la sicurezza europea ed atlantica. Il dramma dei rifugiati è solo l’ultima manifestazione evidente del caos e dell’instabilità nella regione. Dalla Libia alla Siria, passando per Iraq e Sahel, la multi-dimensionalità della minaccia (che lega terrorismo a network criminali, passando per l’ISIL) appare sempre più incombente.

Se Polonia e paesi Baltici sono preoccupati per la politica di Mosca [Venus in Arms rifugge la scontata e banale figura retorica dell’Orso Russo, più adatta ad altri ambiti..], Madrid, Roma e Atene non possono che far sentire la propria voce di “frontiera” di fronte dei mutamenti al di là del Mediterraneo. Gli stati europei hanno fatto pochissimo sul piano dell’aiuto allo sviluppo e hanno commesso errori strategici gravissimi accanto all’alleato amerciano negli ultimi tre lustri. Ogni soluzione d’emergenza adesso non può che dimostrarsi fallace, dall’immigrazione all’ISIL.

Per questo occorre capire in che modo il “fronte sud” possa nuovamente acquistare un peso cruciale nella riflessione strategica complessiva in ambito NATO ed europeo.

Che cosa farà l’Italia, al di là degli sforzi volti a una migliore redistribuzione del numero di profughi tra i paesi europei? Una domanda alla quale non possiamo ancora dare una riposta chiara. Di sicuro sarebbe importante evitare il ruolo del biondino  nel sopra citato duo: muoversi e affannarsi per avere visibilità senza svolgere in fondo alcun compito di rilievo.

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Top 5 by Venus in Arms – week 56

Also this week we start from Iraq and the battle for Ramadi. Iraq’s government has called for volunteers to fight against Islamic State and help retake the city. Here a report on the current situation.

Looking at the ISIL from a broader perspective we suggest this post by The Monkey Cage. The main question posed by the article is the following: Is the Islamic State an ordinary insurgency?

Moving from Iraq to Libya, the EU has approved the mission against migrant-smugglers. Here a detailed (and skeptical) analysis of the mission.

If you are interested in better understanding the current crisis in Burundi, we suggest to read the comments by the International Crisis Group.Over 20,000 reported to have fled to Rwanda since mid-March fearing electoral violence.

Finally, an interesting focus on the UK election and the surprising decline of “ethnic politics” in Northern Ireland.

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L’Italia e la minaccia jihadista. Quale politica estera?

Oggi Venus in Arms sarà a Milano, all’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) per presentare il volume “L’Italia e la minaccia jihadista. Quale politica estera?”, a cura di Stefano M. Torelli e Arturo Varvelli.

Fabrizio Coticchia, di ViA, ha contribuito al volume con un capitolo relativo alla politica di difesa italiana e la minaccia jihadista. Dopo aver illustrato l’evoluzione della dottrina nazionale in materia di “nuove minacce”, l’analisi si è concentrata sulla principali lezioni apprese in questi anni di missioni militari, dal ruolo dell’intelligence all’addestramento delle forze di sicurezza locali. La descrizione dell’attuale impegno in Iraq (e Libia) precede alcune raccomandazioni che vengono elaborate in conclusione al capitolo.

Qui il link dove scaricare il rapporto, appena uscito in formato e-book

Come riassunto dal sito dell’ISPI: L’ascesa dello “Stato Islamico” e la competizione con la vecchia al-Qaida sembrano attivare dinamiche molto rischiose per un’intera area geopolitica – dai Balcani al Maghreb – già instabile, ma altamente rilevante per gli interessi dell’Unione europea e dell’Italia in particolare. Qual è la reale portata di questa minaccia? Quali i paesi più a rischio? Quali le implicazioni per la nostra politica estera e di difesa e per la sicurezza del nostro paese?

Il volume si pone lo scopo di rispondere a queste domande.

Il rapporto è stato presentato anche a Roma l’8 maggio alla presenza del Ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni.

Oggi (nella sede dell’ISPI, via Clerici 5 Milano, alle 17.30) saranno presenti:

Andrea BECCARO (Freie Universität – Berlino), Fabrizio COTICCHIA (Università di Genova), Lia QUARTAPELLE (Camera dei Deputati), Riccardo REDAELLI (ISPI e Università Cattolica di Milano) e Arturo VARVELLI (ISPI).

Qui le informazioni per poter partecipare all’evento.

Qui invece la diretta streaming

 

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Top 5 by Venus in Arms – week 48

This week our Top-5 starts looking at the battle of Tikrit. According to The New York Times, “the hard lessons of the Tikrit offensive, with a heavy cost in casualties for the Shiite militiamen and soldiers involved, have Iraqi officials thinking more cautiously about their next steps”. In the article you’ll find also interesting maps of the ongoing battle.

The debate on the controversial F-35 is still lively. On the one hand, we have positive news regarding the Pentagon’s estimated procurement cost, while on the other hand the technical problems of the JSF are not vanished.

After the terrorist attack in Tunisia, a growing attention has been devoted to North Africa. The Monkey Cage provides an interesting perspective on an underrated case: Morocco.

Uk defense under reconsideration? As stated by the BBC: “The Commons Def Committee says Britain’s security strategy urgently needs updating, to ensure several different threats can be tackled at once”. We will look at the electoral debates to assess the effective role played by defense issues in the UK…

Finally, the account by Duck of Minerva of the most recent ISA Conference in New Orleans (Game of Thrones as a main issue..)

 

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