Venus in Arms at the next BISA Conference: “Italian Foreign Policy and Radical Parties”

Venus in Arms will be at the 40th Anniversary BISA (British International Studies Association) Conference (London, 16th-19th June 2015).

Here you’ll find the programme and other details.

We will present the paper: “The Limits of Radical Parties in Coalition Foreign Policy: Italy, Hijacking, and the Extremity Hypothesis” (F.Coticchia and J.Davidson). The paper has been recently accepted by Foreign Policy Analysis for publication (forthcoming).

Here below the abstract:

Scholarly consensus increasingly suggests that coalition governments produce more extreme foreign policies than single party governments. This, the literature argues, is especially likely when coalition governments include radical parties that take extreme positions on foreign policy issues and are “critical” to the government’s survival, as the radical parties push the centrist ones toward the extremes. A look at Italy’s Second Republic center-left governments and decisions on military operations provides an important counterpoint to the extremity hypothesis. In three high profile cases of military operations–Albania 1997, Kosovo 1999, and Afghanistan 2006-08–Italy had a center-left government that depended on radical parties for its survival. In all cases the parties took a position against military operations but did not prevent the government from engaging in/continuing operations by threatening survival or forcing the government’s fall. Our paper seeks to explain the irrelevance of leftist radical parties in Italy’s Second Republic. We argue first that radical parties are reluctant to threaten or force government collapse as this can lead to a center right coalition coming to office and voters’ blame for the outcome. Second, we claim that relative salience has been critical: foreign policy has been less important to radical parties than domestic issues and it has been more important to center-left parties than radical ones. Finally, we argue that radical parties have appealed to their voters through theatrical politics (e.g., attending protests) and have affected the implementation of military operations.

See you in London

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Smart Defence e sicurezza economica: il caso Kosovo

Guest Post di Giovambattista Palumbo*

La vocazione europea ed euro-atlantica dell’Italia rappresenta una priorità indiscutibile della politica estera e interna del nostro Paese, che deve mirare ad una maggiore integrazione politica dell’Europa.

Dopo l’ingresso nell’Unione della Polonia e della Croazia, l’Italia può e deve essere tra i Paesi più attivi nello stimolare l’allargamento dell’Unione Europea verso i Paesi dei Balcani occidentali.

E del resto non sono state soltanto le azioni di protezione internazionale, che le forze di stabilizzazione della NATO ancora oggi assicurano in Kosovo, a sconfiggere i nazionalismi e gli estremismi e favorire lo sviluppo e l’integrazione, ma piuttosto l’orizzonte dell’Unione Europea, laddove è’ chiaro che l’Italia non può non avere un ruolo da protagonista per la stabilizzazione e l’integrazione nei Balcani.

E le direttive su cui occorre investire sono senz’altro smart defence e sicurezza economica.

In tale contesto lo sviluppo delle attività CIMIC è particolarmente importante per l’Italia, in quanto il nostro modello militare si presta a sviluppare sinergie tra l’attore militare e altri attori locali civili al fine di sviluppare un percorso virtuoso in cui l’intervento militare getti le basi ed avvii la prima fase della ricostruzione istituzionale ed economica.

In tale contesto la sicurezza economica deve dunque essere ricompresa all’interno di un concetto più generale di sicurezza, garantito dalla presenza militare.

I militari italiani impegnati in operazioni militari all’estero, in applicazione di un concetto di sicurezza totale (che abbracci cioè non solo gli aspetti dell’hard security) sono infatti, ad oggi, un asset sotto utilizzato dal punto di vista della creazione della sicurezza economica, indispensabile per raggiungere anche la sicurezza interna ed internazionale.

Concentrarsi infatti, prevalentemente, sul ruolo economico passivo che le missioni di peacekeeping hanno in una società come centri di consumo di beni e di servizi, nonché di reclutamento di forza lavoro è ormai limitato e limitativo.

E’ dunque oggi necessario concentrarsi anche sul ruolo economico attivo che la presenza militare potrebbe avere in un determinato territorio.

La creazione di una vera sicurezza economica di un paese deve dunque mirare alla creazione di un’economia produttiva nazionale reale, indipendente da quella legata agli aiuti internazionali e alla presenza di un contingente militare o di una missione civile internazionale in un teatro di ricostruzione post bellica.

Un contributo in tal senso potrebbe allora essere assicurato tramite lo sviluppo di specifiche attività di cooperazione economica internazionale all’interno delle attività CIMIC.

Il Kosovo può dunque rappresentare un importante case study per verificare la validità di un progetto con specifiche azioni di valorizzazione economica.

Il Kosovo presenta del resto ancora gravi problemi di sostenibilità economica, con una scarsa presenza di attività produttive e un valore dei beni e servizi consumati significativamente superiore alla ricchezza prodotta dal paese, laddove tale differenza è oggi colmata prevalentemente dalle risorse portate dalla presenza della comunità internazionale, dalla spesa pubblica sorretta dagli aiuti internazionali, dalle rimesse degli emigrati e dall’economia sommersa.

In assenza dunque dello sviluppo strategico di un’economia reale interna sussistono forti dubbi sulla capacità di sopravvivenza di un Kosovo indipendente, con invece il rischio concreto di un paese a bassa governance e ad alto tasso di economia criminale e con grave danno anche per i paesi limitrofi, fra i quali, in primis, l’Italia.

Del resto i Balcani sono oramai diventati una delle principali aree di insediamento produttivo delle imprese manifatturiere italiane.

Sono decine di migliaia le aziende italiane che hanno installato siti produttivi in Albania, in Romania, in Bulgaria e in Serbia.

Il Kosovo è invece sino ad ora rimasto escluso da tale processo, in primo luogo a causa della scarsa attrattività imprenditoriale e per il permanere di una situazione ancora non chiara da un punto di vista della sovranità internazionale.

L’attuale situazione economica del Kosovo dopo anni d’amministrazione internazionale presenta quindi livelli di criticità ancora molto elevati e il modello di sviluppo dipendente  non potrà durare a lungo.

Lo sviluppo di un settore della CIMIC esplicitamente rivolto alla cooperazione economica internazionale avrebbe dunque come obiettivo quello di porre le basi per un impegno economico in Kosovo attraverso le associazioni di categoria e industriali e la business community locale.

Ciò dovrebbe avvenire innanzitutto attraverso lo svolgimento d’attività di monitoraggio delle attività economiche, lo studio delle potenzialità offerte dal territorio e la creazione magari anche di un substrato giuridico di regole che, domani, possa supportare e sostenere lo sviluppo delle stesse attività economiche.

L’unità CIMIC potrebbe poi avere al suo interno un’unità di valutazione dei progetti di cooperazione economica ed occuparsi anche:

– dell’individuazione di imprenditori interessati alle opportunità di investimenti;

– della garanzia di prevenzione e contrasto di attività di concorrenza sleale, di forme illecite di distorsione del mercato e di fenomeni di riciclaggio

– del controllo di tali attività anche ai fini fiscali.

Nell’ambito della macro area del settore economico, il CIMIC Group dispone del resto di una serie di specialisti funzionali che potrebbero ben costituire quelle figure professionali da dedicare a tale tipo di obiettivi ed attività.

Un esempio operativo può aiutare a comprenderne appieno le potenzialità.

Nel 2008, seppure come Expert incaricato nell’ambito di una missione civile della Commissione Europea (progetto comunitario TACTA -Technical Assistance to customs and Tax Administration), mi sono recato in Kosovo per occuparmi della riforma del locale sistema processuale tributario.

La sicurezza dei rapporti economici, infatti, passa anche attraverso la sicurezza del contesto normativo e la garanzia di regole trasparenti ed efficaci.

Il sistema amministrativo e processuale tributario del Kosovo era del resto regolamentato da poche, fondamentali, fonti normative, che riguardavano, per lo più, la fase amministrativa precedente al processo.

Poco (se non un generico rinvio alla procedura civile) veniva invece espressamente e specificatamente previsto in relazione alla fase del processo tributario vero e proprio (per esempio in materia di pubblica udienza, prove etc.) e alla tutela dei diritti individuali del contribuente.

In Kosovo la possibilità per il contribuente di opporsi all’accertamento dell’Amministrazione Finanziaria passava dunque attraverso tre fasi:

1)    Il ricorso (amministrativo) all’Appeals Office. In tal caso il ricorso doveva contenere i motivi e le prove che confermavano la non debenza della pretesa impositiva. L’Appeals Department, il prima possibile e comunque non oltre 60 giorni dal ricevimento del ricorso, doveva valutare il ricorso del contribuente e prendere una decisione. Tale decisione rappresentava la decisione finale dell’Amministrazione. Se poi l’Appeals Department non decideva entro 60 giorni, il contribuente poteva presentare direttamente ricorso all’Independent Review Board.

2)    Il ricorso all’Independent Review Board (una sorta di via di mezzo tra ricorso amministrativo e giudiziario, laddove comunque il Board non era un’autorità giudiziaria), che rappresentava la seconda, eventuale, fase del procedimento.

3)    Il ricorso alla Corte competente (sola fase giudiziaria vera e propria).

La prima fase era dunque una fase puramente amministrativa, dove la stessa Amministrazione Finanziaria (potremmo dire in autotutela) esaminava la richiesta di revisione dell’accertamento.

La terza fase era una fase giudiziaria, con giudici professionali che decidevano in merito al ricorso del contribuente.

La seconda, come detto, era una via di mezzo tra le altre due. I membri del Board, infatti, non erano giudici professionali, ma non erano neppure appartenenti all’Amministrazione Finanziaria, come invece nella prima fase davanti all’Appeal office.

Il contribuente poteva quindi rivolgersi ad una Corte vera e propria (la Supreme Court) solo alla fine del procedimento, ma non aveva comunque qui diritto ad una pubblica udienza.

Davanti alla Corte Suprema, infatti, la pubblica udienza non era ammessa e il processo si poteva basare solo su documenti.

E’ chiaro che per un imprenditore (in particolare straniero) incappare in un accertamento fiscale era entrare in un girone infernale senza difese.

E’ chiaro allora come anche quella che può sembrare una nicchia tecnica (sistema processuale tributario), se non regolata da norme trasparenti, può diventare un serio ostacolo allo sviluppo economico, costituendo un disincentivo agli investimenti, soprattutto stranieri.

La proposta di redigere uno specifico Codice sul processo tributario e di costituire una vera e propria Tax Court, che prendesse il posto dell’Independent Review Board e i cui membri fossero giudici indipendenti e professionali rappresentava dunque senz’altro un tassello importante in vista di un contesto di sicurezza economica e sarebbe potuta anche essere oggetto di un progetto Cimic.

In tale progetto la Tax Court sarebbe così diventata una Corte specializzata, come peraltro previsto anche dall’articolo 103 della Costituzione del Kosovo e il processo tributario sarebbe così stato finalmente caratterizzato da una sua specifica autonomia, anche normativa, con una sola fase amministrativa (davanti all’Appeal Division of Tak) e due fasi giudiziarie davanti a due differenti Corti (Tax Court e Supreme Court).

Tale proposta era inoltre in linea con il modello comunitario (anche in vista della futura integrazione) e in linea con i principi tipici del giusto processo, quali quelli dell’uguaglianza delle parti davanti al giudice, dell’imparzialità del giudice e del principio del contraddittorio.

A dimostrazione di quanto le regole siano importanti e del loro ruolo fondamentale come tasselli di evoluzione non solo normativa ma anche culturale, anche oltre i solo apparenti ambiti tecnici, nella riformulazione delle linee guida del sistema processuale tributario si sarebbe dovuto inoltre tenere conto anche dell’articolo 6 della Convention on the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms, il quale stabilisce che, nella determinazione giudiziaria dei propri diritti, ad ognuno deve essere garantita una giusta e pubblica udienza davanti un tribunale indipendente ed imparziale.

Anche da questi diritti passerà del resto il lasciapassare al futuro ingresso anche della Repubblica del Kosovo nella Comunità Europea.

E anche da questi diritti deve essere garantita la sicurezza economica del Paese e degli Stati che a quel Paese guardano con interesse, come appunto anche l’Italia.

Giovambattista Palumbo, è Capo team legale di un ufficio operativo dell’Agenzia delle Entrate e abilitato all’esercizio della professione di Avvocato. Nel 2008 e nel 2012 ha partecipato a Missioni della Commissione Europea, per la ricostruzione del sistema fiscale processuale in Kosovo e per l’armonizzazione comunitaria della legge Iva in Serbia. Nel 2011 è stato nominato consulente della Commissione bicamerale sull’Anagrafe Tributaria. A partire dal 2003 svolge un’intensa attività pubblicistica, sia attraverso la pubblicazione di articoli su Riviste specializzate, sia attraverso la pubblicazione di diversi libri con varie Case Editrici. Ufficiale della Riserva Selezionata dell’Esercito ha partecipato alla predisposizione di progetti di riforma dei Codici penali militari e della procedura di dismissione del patrimonio immobiliare della Difesa.

 

 

 

 

 

 

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