Missioni militari: un breve aggiornamento

(Ansa)

Alla fine di Maggio, di fronte alle Commissioni riunite Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato, i ministri Mogherini e Pinotti hanno riferito sullo stato delle missioni militari in corso (il decreto scadrà il prossimo 30 Giugno). L’occasione è stata utile per capire l’andamento delle operazioni, aggiornare il quadro degli interventi all’estero e mettere in luce alcune novità. In un precedente post avevamo analizzato il decreto legge di rifinanziamento ed il dibattito che l’aveva accompagnato.

Le parole del Ministro Pinotti confermano la rilevanza dell’attuale momento storico, sia per la conclusione della più importante operazione militare che le forze armate abbiano intrapreso dal 1945 ad oggi (ISAF in Afghanistan), sia per le pressanti esigenze di riforma che coinvolgono il comparto difesa. Interessante, in tal senso, l’accento posto dal Ministro sulla necessità di un’ampia valutazione di cosa è stato fatto sul campo in vista di nuove esigenze di intervento. In effetti, una valutazione complessiva (a livello tattico e strategico) degli impegni nazionali intrapresi nell’ultimo decennio appare fondamentale anche alla luce della prossima elaborazione del Libro Bianco.

In sintesi, questi gli elementi a nostro avviso degni di maggiore attenzione che sono emersi dagli interventi in Commissione il 27 Maggio:

  • Secondo il Ministro della difesa, la principale sfida per il 2014 è il ritiro dall’Afghanistan, nel quale adesso si trovano poco più di 2.200 soldati. Il processo che porta a ritirare le forze da teatro è infatti assai complesso, sia dal punto di vista logistico sia da quello politico, date le incertezze che ancora attanagliano il futuro del paese. Da Gennaio (se gli accordi sullo status giuridico delle forze andranno a buon fine) la NATO darà avvio all’operazione “Resolute Support” (focalizzata sull’addestramento, senza compiti di combattimento). Pochi i dettagli finora emersi, anche in relazione al possibile contributo italiano. Sarà quindi fondamentale capire quanto prima caratteristiche e scopi delle forze nazionali all’interno di questa operazione, avvolta al momento in una densa nebbia;
  • L’Italia ha già presentato domanda al DPKO per il ruolo di force commander della missione UNIFIL in Libano. Sarebbe l’ennesima conferma della centralità del ruolo italiano nella missione. Il contingente nazionale (circa 1.100) si trova ad operare in un’area particolarmente instabile a causa della vicina crisi siriana, la cui influenza sullo scenario politico e sociale libanese è già stata drammaticamente significativa. Tra le varie attività compiute dalla forze armate italiane il Ministro ha sottolineato la centralità dello sminamento, una vero e proprio asset che la difesa ha sviluppato nel corso degli ultimi anni in molteplici interventi sul campo;
  • Al di là del controverso dibattito sui Marò, il Ministro ha evidenziato la necessità di riesaminare l’impiego del personale nelle missioni anti-pirateria. A tal proposito, descrivendo le operazioni “Atalanta” (framework EU) e “Ocean Shield” (ambito NATO), sono stati illustrati i dati riguardanti la lotta alla pirateria, ritenuti ampiamente soddisfacenti;
  • Tra le altre operazioni in Africa, è opportuno segnalare il comando italiano di EUTM Somalia e le caratteristiche della poco conosciuta EUTM Mali, il cui personale non è presente nel Nord e si limita ad attività di addestramento senza compiti di combattimento;
  • Tra le “nuove esigenze” messe in risalto dal Ministro troviamo la Repubblica Centrafricana, un ulteriore sostegno alle forze di sicurezza in Mali attraverso la missione EUCAP Sahel (in pratica saranno schierati meno di una decina di Carabinieri), e infine le attività di sorveglianza dello spazio aereo NATO (alle quali l’Italia contribuisce con alcuni velivoli);
  • Nel nuovo provvedimento di proroga sarà inserito “Mare Nostrum” che necessita di un volume finanziario maggiore, dato che l’attuale non è più sostenibile con il bilancio ordinario. Vedremo se l’Italia riuscirà ad ottenere anche un più ampio supporto europeo ai difficili compiti svolti nel Mediterraneo;
  • Il Ministro degli Esteri, infine, ha posto l’attenzione sui lavori relativi ad una nuova legge quadro sulle missioni. Un argomento-chiave per il futuro della difesa, ancora priva di norme specifiche in materia, aggiornate allo scenario post-bipolare. È sempre utile ricordare, infatti, come una buona parte degli interventi promossi dalle nostre forze armate negli ultimi due decenni non abbiano mai ricevuto una ratifica formale dal Parlamento.

Le prossime settimane, tra le fine di Giugno e l’inizio di Luglio saranno quindi cruciali per capire la direzione e la velocità dei processi avviati a livello parlamentare. La speranza è che l’attenzione mediatica non sia esclusivamente dedicata al mondiale in Brasile ma anche ai temi della difesa.

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Cooperazione civile-militare. Un dibattito controverso

(Nato)

I prossimi giorni Venus in Arms ospiterà una serie di guest post che affronteranno lo spinoso e controverso tema della  cooperazione civile-militare. Un argomento che attira sempre più l’attenzione internazionale ma sembra rimanere avvolto nella nebbia del disinteresse nostrano per le questioni della difesa.

La discussione promossa da Venus in Arms accoglierà pareri diversi (se non opposti) attraverso contributi di esperti e di attori che lavorano da anni sul campo. L’obiettivo è indagare un tema, analizzato spesso superficialmente, fornendo prospettive distinte. Angoli di lettura che provengano da soggetti ed esperienze differenti. Non necessariamente per arrivare alla composizione delle diverse posizioni ma per porre in risalto la pluralità delle opinioni in uno scenario avaro di riflessione ed approfondimento.

Nelle missioni militari contemporanee è emersa con sempre più evidenza la volontà da parte delle forze armate occidentali di combinare la componente militare a quella politica, sociale ed economica. Le forze armate, in particolare quelle italiane, sono state impegnate da decenni in operazioni multidimensionali, da interventi di emergenza a missioni di peace-building. Nella operazioni di controinsorgenza, per esempio, la necessità è quella di conquistare “i cuori e le menti” della popolazione civile. Pertanto le attività di sviluppo sono decisive come quelle militari. Progetti volti a migliorare la qualità della vita del contesto di intervento sono una parte consistente dei task svolti sul terreno. Ciò ha portato ad una crescita significativa dell’attenzione sul tema (e delle risorse) destinate ad incrementare efficacia ed efficienza della cooperazione tra attori civili e militari. In tal senso, le attività “CIMIC” hanno rappresentato sempre di più un tratto distintivo delle operazioni nazionali in teatri di crisi.

Ma attorno alla natura, alla struttura e agli scopi della cooperazione civile-militare si è alimentato un controverso dibattito.  Aldilà della esausta e stucchevole retorica delle “missioni di pace” occorre approfondire l’argomento poiché le forze armate non si tramutate improvvisamente “operatori sociali”. La realtà è ben più complessa.

Quali sono i soggetti coinvolti in tali attività? Qual è il loro scopo? Conquistare il consenso della popolazione civile al fine di “vincere” o semplicemente assistere e aiutare? Si tratta della medesima cosa?  Che livello di interazione e collaborazione sussiste tra ONG, associazioni e forze armate? Le operazioni in Iraq, Libano e Afghanistan sembrano fornire un quadro diverso rispetto a tali quesiti. Esiste allora un “approccio nazionale” in materia?

Molti soggetti della cooperazione, in un contesto di crescenti tagli alle risorse, hanno ritenuto necessario mantenere una netta distinzione tra attività di aiuto allo sviluppo e operazioni militari. La nuova legge sulla cooperazione, che apre al ruolo di attori privati, sottolinea la separazione tra cooperazione allo sviluppo e interventi militari. Ma i confini tra i due ambiti, alla luce della natura delle operazioni contemporanee, appaiono ancora labili in assenza di riflessioni adeguate che permettano di comprendere l’evoluzione futura di questa relazione.

Le forze armate si devono dotare unicamente di strumenti propri? La relazione tra componenti civili e militari rappresenta un valore aggiunto per raggiungere il fine della missione o può divenire controproducente in un’ottica di sviluppo? Qual è il rapporto tra cultura militare e cultura della cooperazione in Italia?

Nei prossimi giorni Venus in Arms tenterà di fornire alcuni spunti per la discussione. Con contributi in inglese e in italiano.

Lo scopo del blog è alimentare il dibatto sulla difesa da prospettive diverse. Ulteriori contributi esterni sul tema sono quindi ben accetti.

Potete inviare il vostro contributo qui.

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