Il Dilemma della sicurezza europea: Est e/o Sud?

Una grande canzone pop trash degli anni 90 aveva come ritornello i quattro punti cardinali. Da quello che leggiamo e vediamo rispetto al contesto della sicurezza europea, il dibattito pare sempre più orientato attorno a  dilemma che si lega a due direzioni possibili della bussola: l’Est e il Sud. Da dove proviene la “minaccia principale” per i paesi europei?

La prima possibile riposta riguarda il  “fronte orientale“, caratterizzato dall’esplosione della crisi Ucraina, dalla politica estera russa, dalla guerra “ibrida”, attorno alla quale tanto si è discusso. I paesi dell’Europa orientale, a partire dalla Polonia e dagli stati Baltici, sono naturalmente iper-preoccupati delle conseguenze legate al coinvolgimento militare Russo nel conflitto ucraino e ai possibili cambiamenti geopolitici nell’area. Stati Uniti, NATO ed alleati hanno cercato di rassicurarli, attraverso il  dispiegamento di forze e la creazione di nuovi strumenti ad hoc come la NATO Readiness Action Plan (RAP). Il summit in Galles aveva proprio la RAP come principale novità ed il fulcro della riflessione strategica ruotava attorno alla crisi Ucraina e al nuovamente complesso rapporto con la Russia.

Tre brevi considerazioni vanno fatte in merito al “fronte orientale” come focus prioritario dell’Alleanza Atlantica e dei paesi europei in generale.

1) Nonostante nel passato l’attenzione generale si sia concentrata sul crisis management e sulle missioni in aree di crisi, soprattutto nel contesto post 11-Settembre, la difesa collettiva rappresenta sempre il core business della NATO. Un aspetto che i membri “orientali” dell’Alleanza non fanno che ricordare.

2) A fronte di scenari complessi, minacce asimmetriche, conflitti tra gruppi armati irregolari, terrorismo, stati fragili o falliti, è in effetti “più facile” capire lo scenario ucraino dal punto di vista prettamente militare e strategico. In altre parole, per le élite politiche e militari atlantiche la difesa territoriale rappresenta un concetto più agile da maneggiare, meno difficile da interpretare (sappiamo almeno chi è l’avversario, conosciamo abbastanza le sue caratteristiche e risorse, etc.). Dopo decenni di Guerra Fredda le forze armate europee si sono dovute adattare e trasformare per affrontare contesti completamente nuovi. Un ritorno al passato, pur con le notevoli ed evidenti differenze, potrebbe anche inconsciamente essere accettato più facilmente. Anche dal punto di vista del weapons procurement, dopo anni nei quali molti si chiedevano il perché dover continuare ad acquistare mezzi da Guerra Fredda per missioni contro guerriglieri e gruppi criminali, adesso è certamente più semplice giustificare tale scelta.

3) Non tutti i paesi europei la pensano allo stesso modo nei confronti della Russia. Gli interessi economici in gioco sono enormi e la cautela si impone d’obbligo per quelle nazioni che hanno sviluppato un’ampia rete di rapporti commerciali con Mosca, a partire dal tema della dipendenza energetica. L’Italia lo sa bene.

In aggiunta a queste riflessioni generali, ora che Putin sembra orientare l’attenzione verso la Siria, dobbiamo domandarci se cambierà davvero qualcosa rispetto alla centralità del “fronte orientale” per la NATO in primis ed anche per l’Europa in generale? Che ruolo può avere in tutto ciò l’UE, che sta ripensando lo propria strategia globale? Quale direzione diplomatica prenderà l’amministrazione Obama? Che cosa emergerà dal prossimo summit dell’Alleanza Atlantica? Che cosa diranno i paesi europei che affacciano sul Mediterraneo?

Per rispondere occorre tenere presente la crescente importanza del “fronte sud” per la sicurezza europea ed atlantica. Il dramma dei rifugiati è solo l’ultima manifestazione evidente del caos e dell’instabilità nella regione. Dalla Libia alla Siria, passando per Iraq e Sahel, la multi-dimensionalità della minaccia (che lega terrorismo a network criminali, passando per l’ISIL) appare sempre più incombente.

Se Polonia e paesi Baltici sono preoccupati per la politica di Mosca [Venus in Arms rifugge la scontata e banale figura retorica dell’Orso Russo, più adatta ad altri ambiti..], Madrid, Roma e Atene non possono che far sentire la propria voce di “frontiera” di fronte dei mutamenti al di là del Mediterraneo. Gli stati europei hanno fatto pochissimo sul piano dell’aiuto allo sviluppo e hanno commesso errori strategici gravissimi accanto all’alleato amerciano negli ultimi tre lustri. Ogni soluzione d’emergenza adesso non può che dimostrarsi fallace, dall’immigrazione all’ISIL.

Per questo occorre capire in che modo il “fronte sud” possa nuovamente acquistare un peso cruciale nella riflessione strategica complessiva in ambito NATO ed europeo.

Che cosa farà l’Italia, al di là degli sforzi volti a una migliore redistribuzione del numero di profughi tra i paesi europei? Una domanda alla quale non possiamo ancora dare una riposta chiara. Di sicuro sarebbe importante evitare il ruolo del biondino  nel sopra citato duo: muoversi e affannarsi per avere visibilità senza svolgere in fondo alcun compito di rilievo.

Share Button