Top 5 by Venus in Arms – week 64

All is solved in Greece after the dramatic agreement at the Eurosummit? Or is the EU at the brink of collapse? Maybe the second. For those studying policy-makers we suggest the controversial first interview released since resigning by Varoufakis. 

All seems to be solved regarding the negotiations in Iran nuclear programme. Here you’ll find a detailed report on the complex issue.

Duck of Minerva provides a post on the relationship between civilian casualties and contemporary military operations. In this case, the “Operation Protective Edge” is under scrutiny, after the release of the UN report.

Huge debate after the Mexican drug lord Joaquín “El Chapo” Guzmán has escaped (again…) from a “maximum- security” prison (here some pictures of the prison…).

Finally, a report from New Orleans ten years after hurricane Katrina. The word “resilience” is widely used…

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Stati ‘fragili’ e ‘narco-stati’. Un’analisi empirica.

Sarà pubblicato tra poco il volume: “Sicurezza globale. Le nuove minacce“, a cura di Paolo Foradori e Giampiero Giacomello, edito per Il Mulino.

Anche Venus in Arms ha contribuito. Fabrizio Coticchia è l’autore del capitolo sui cosiddetti “stati falliti”. Qui di seguito alcuni brevi stralci, tratti da una più ampia ricerca condotta su failed states, crimine transnazionale, traffico di cocaina e operazioni dell’Unione Europa. Il caso paradigmatico della Guinea-Bissau è al centro dell’analisi.

I più recenti documenti strategici elaborati da Stati Uniti, Unione Europea e NATO evidenziano le minacce poste alla sicurezza internazionale dai cosiddetti “stati fragili” o “falliti”. Dalla Libia al Mali, dalla Somalia ai Balcani, è sempre più diffuso il timore che il collasso delle strutture statali venga sfruttato da attori quali criminalità organizzata, insorti o terroristi, capaci di impossessarsi rapidamente di aree prive di sovranità, alimentando caos e instabilità. Al fine di contrastare l’emergere di “stati-mafia” o “narco-stati”, la comunità internazionale è da anni attiva attraverso missioni internazionali volte a rafforzare capacità e strumenti degli stati “fragili”. Il recente dibattito in letteratura, alimentato proprio dai numerosi fallimenti di questi interventi, ha messo in luce le profonde contraddizioni insite nel concetto stesso di “stato fallito”, spesso inadatto di comprendere la complessa realtà che si cela dietro contesti a “ridotta sovranità”. Molti autori hanno evidenziato come il percorso storico che ha portato alla creazione della realtà statuale è stato tutt’altro che lineare, con profonde differenze tra contesti geografici e culturali. È possibile allora definire delle caratteristiche comuni alla statualità? L’idealtipo Weberiano di stato moderno prevede delle funzioni di base come la capacità di provvedere alla sicurezza e al benessere materiale dei cittadini. Il monopolio dell’uso forza, la proprietà peculiare della forma-stato, è il fattore-chiave che caratterizza il presunto livello di fragilità di un’autorità priva del controllo effettivo del proprio territorio. L’assenza di legittimità e l’incapacità di garantire servizi di base rappresentano gli altri elementi fondamentali che costituiscono la definizione più comune e diffusa di fragilità statale. Molti studi hanno cercato di comprendere il legame tra conflittualità e fragilità, di valutare le conseguenze degli interventi esterni e di elaborare indicatori attraverso i quali capire i diversi livelli di fragilità degli stati. Ma si può davvero misurare il grado di fallimento? L’approccio occidentale “weberiano”, teso a ricostruire “tecnicamente” strutture statali “deboli”, è stato realmente efficace nelle molteplici operazioni intraprese? Attraverso quali chiavi di lettura è possibile comprendere il legame tra conflitto e fragilità? Occorrono nuovi approcci per superare le nozioni ormai largamente condivise dalla comunità internazionale in materia? Scopo del capitolo è rispondere a queste domande. Dopo un’aggiornata analisi della letteratura sul concetto di stato fragile e alla sua possibile “misurazione”, il capitolo esamina il controverso rapporto tra conflitto e fragilità delle istituzioni, evidenziando il ruolo cruciale della criminalità transazionale. Attraverso il caso di studio paradigmatico di quello che è stato definito come il primo “narco-stato” (la Guinea-Bissau), il capitolo analizza infine le caratteristiche degli interventi esterni, mettendo in risalto le carenze degli approcci (concettuali ed operativi) intrapresi nel recente passato, evidenziando così la necessità di un ripensamento della prospettiva relativa alla nozione stessa di “stato fragile”. L’analisi empirica si basa su fonti primarie (interviste semi-strutturate) e secondarie.

[…] Se il ruolo di gruppi terroristici o insorti è stato a lungo oggetto di attenzione nella letteratura, occorre osservare con maggiore interesse il grado di influenza degli attori criminali all’interno di uno stato fragile. Molti autori hanno parlato della nascita di “stati-mafia” (Naim 2012) o “narco-stati” (Miller 2007), descrivendo il fallimento dello stato come il sogno principale di criminali e trafficanti. L’immagine di stati “catturati” dalle mafie transnazionali si è così gradualmente affermata nel dibattito. Ma questa prospettiva è davvero utile e appropriata per comprendere la realtà dei stati fragili? Che ruolo svolgono questi attori nelle guerre civili contemporanee? Che relazione sussiste tra violenza politica e fragilità dello stato?

[…] Secondo le  Nazioni Unite, ed in particolare l’UNODC  – United Nations Office on Drugs and Crime, le organizzazioni criminali hanno ormai accumulato un potere tale da destabilizzare intere società e governi. Dobbiamo allora prendere in seria considerazione la nuova minaccia alla sicurezza posta dai cosiddetti “stati mafia”? L’obiettivo di fondo che muove l’analisi è rivedere criticamente la diffusa immagine della “cattura dello stato fragile” nel paese che ne rappresenta l’”icona”, anche al fine di comprendere appieno le caratteristiche stesse della fragilità e rileggere le modalità (concettuali e operative) con le quali la comunità internazionale è intervenuta per affrontare il problema. In generale, l’esempio della Guinea-Bissau spinge a guardare in modo più complesso alla natura della fragilità dello stato e a mettere in luce la centralità dei rapporti politici tra attori interni ed esterni, andando oltre l’immagine stereotipata del “narco-stato”. Ancora una volta, se vogliamo studiare la minaccia posta dai fragile states, occorre abbinare un approccio “quantitativo” che si basa su indicatori e dataset ad uno più ”qualitativo”, che indaghi a fondo le origini, gli sviluppi e le cause della fragilità.

 […] Le minacce poste alla sicurezza internazionale da stati deboli, fragili o addirittura falliti sono ormai al centro del dibattito contemporaneo, sia nella letteratura che nella discussione pubblica, come si evince dalla pluralità di documenti strategici nazionali ed internazionali che individuano nella state fragility una delle condizioni principali di rischio e instabilità. L’attenzione mediatica ha riguardato principalmente la connessione tra fragilità statale e violenza. Cartelli della droga che controllano intere aree del territorio, gruppi di autodifesa che gestiscono la sicurezza al posto delle forze di polizie, porzioni consistenti di un paese sotto la gestione diretta di insorti, guerriglieri o organizzazioni terroristiche. Dal Messico all’Iraq, dai Balcani alla Somalia, gli scenari nei quali deboli istituzioni, in un contesto di crisi economica e sociale, hanno perso terreno nei confronti di attori sub-statali o transnazionali, sono numerosi. La letteratura ha analizzato attentamente il rapporto tra conflitti contemporanei e stati falliti, enfatizzando la rilevanza della condizione di fragilità, intesa come opportunità favorevole per la perpetuazione stessa della violenza. Gli studi recenti hanno ben evidenziato la pluralità di possibili fattori causali dei conflitti interni (dalla lotta per risorse al dilemma della sicurezza tra fazioni in lotta, dalla mobilitazione su base etnico-identitaria agli interessi regionali e internazionali), sottolineando la centralità della dimensione politica dello scontro e la relazione non deterministica tra fragilità e violenza . L’aspetto-chiave, come ben evidenziato dal caso paradigmatico della Guinea-Bissau, è infatti il rapporto tra i fattori di fragilità e il comportamento delle cosiddette self-seeking élite. Il nostro caso di studio ha permesso di mettere in luce l’inadeguatezza della diffusa immagine di uno stato fragile catturato da attori criminali transnazionali e ha mostrato la necessità di spostare l’attenzione verso i meccanismi di protezione e sponsorship dello stato, delle relazioni di potere tra l’autorità e soggetti “esterni” come i cartelli internazionali della droga. L’analisi deve pertanto prendere in considerazione il collegamento tra dinamiche interne (corruzione, collusione, sostegno logistico, applicazione selettiva della legge contro gang rivali) e internazionali (instabilità geopolitica, nuove rotte commerciali, traffici illeciti di armi, persone e droga). Soprattutto è opportuno evitare la trappola concettuale caratterizzata da una visione della fragilità statale intesa come una semplice assenza di potere, che considera la debolezza istituzionale da una prospettiva tecnica e legalistica che impone di riaggiustare lo stato secondo un modello predeterminato. Come ben dimostra il fallimento della missione SSR dell’UE, un’inadeguatezza concettuale di fondo porta con sé fallimenti operativi inevitabili. La comprensione del fenomeno della state fragility richiede allora una prospettiva più ampia, dettagliata e complessa, che ponga in primo piano la natura “politica” del problema, attraverso un approccio multidimensionale che affrontanti contemporaneamente i gap della sovranità in termini di capacità, legittimità e sicurezza.

 

 

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Top 5 by Venus in Arms – Week 7

Our first suggestion is related to the anti-cartel militias in Mexico and the “war on drugs”. The government’s plan is that of replacing militias with a new force, the Rural Police (including the vigilantes themselves). However, as reported by The Washington Post, the demobilization of armed anti-cartel militias groups “has created the potential for new clashes: between Mexican security forces and militiamen, but also among rival militias”.

We’ve discovered a very funny link on “spurious correlations”. Venus in Arms fosters methodological pluralism, encouraging rigorous analyses on security issues for a pop-culture perspective. Some examples? The correlation between “Number people who drowned by falling into a swimming-pool” and “Number of films Nicolas Cage appeared in”.

Daveed Gartenstein-Ross examines the complex situation in Libya (here the post at War on the Rocks). Summarizing, the author defines the 2011 NATO’s intervention as a “strategic mistake”. For a more detailed (and even critical) assessment of the “humanitarian intervention” see also Alain J. Kuperman (here)

The International Crisis Group has just released the last report on Afghanistan (a forgotten war??). According to the ICG: “The overall trend is one of escalating violence and insurgent attacks. […] The insurgents have failed to capture major towns and cities […]. Yet, the increasing confidence of the insurgents, as evidenced by their ability to assemble bigger formations for assaults, reduces the chances for meaningful national-level peace talks in 2014-2015”

Finally on pop-culture (yes, again). As reported by Duck of Minerva, Charli Carpenter and Dan Drezner seek paper abstracts for an International Studies Association 2015 Conference panel proposal examining the relationship between the A Song of Ice and Fire book series and/or HBO hit series Game of Thrones and global political phenomena. So, a serious stuff (not the best place to develop my ideas on White Walkers as Soviets…)

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