Parlare di pace e guerra in Italia (parte terza)

Prima di una breve pausa per le vacanze estive Venus voleva ricordarvi alcune novità per il prossimo anno.

Come abbiamo già scritto in precedenti post (qui e qui) non è facile parlare di pace e guerra in Italia, dai media al Parlamento, dal dibattito pubblico alle università. Pertanto, anche nel prossimo anno accademico, confermiamo il  ciclo di seminari “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” (promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova e organizzato da Andrea Catanzaro e dal nostro Fabrizio Coticchia).

Molte le iniziative realizzate quest’anno (si veda per esempio qui) ehe confermeremo anche nei prossimi semestri, invitando a Genova esperti italiani e stranieri, politici, giornalisti, militari, pacifisti.

La novità del prossimo anno è la creazione di un Osservatorio sui conflitti (il nome ed il relativo acronimo sono ancora da decidere..) legato proprio ad iniziative analoghe. Anche Venus parteciperà direttamente.

Quindi, stay tuned e buone vacanze

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Parlare di conflitti, guerra e pace in Italia (parte seconda)

Come già descritto in un precedente post, non è facile parlare di pace e guerra in Italia, dai media al Parlamento, dal dibattito pubblico alle università. Proprio per questo, a partire dall’ambito accademico, appare doveroso dare risalto alle iniziative che mirano ad alimentare una più ampia riflessione sulla “cultura della difesa” e, più in generale, sui temi della sicurezza.

Anche in questo post, allora, segnaliamo il ciclo di seminari “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” (promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova e organizzato da Andrea Catanzaro e dal nostro Fabrizio Coticchia).

Il ciclo di seminari si pone lo scopo di approfondire i temi relativi all’evoluzione della sicurezza internazionale attraverso una serie di incontri, workshop e convegni con accademici, esperti e practitioner del settore. Tali eventi sono direttamente collegati al corso “Guerre, Conflitti e Costruzione della Pace”, che illustra la trasformazione delle idee di pace e guerra nella storia del pensiero politico e nello scenario strategico contemporaneo. Gli ospiti provengono da università, riviste, centri di ricerca, forze armate, associazioni e NGOs. L’obiettivo è collegare in maniera sempre più stretta la necessaria analisi teorica al dibattito corrente per meglio comprendere la complessità della sicurezza contemporanea. Nel precedente post una lista degli incontri già avvenuti.

Questi gli incontri previsti per i mesi di Febbraio e Marzo:

  • Sara Lagi (Università di Torino): “L’idea di pace in Kelsen”, (23 Febbraio 2016, 14-16, Aula 16, Albergo dei Poveri)
  • Federico Donelli (Università di Genova): “Il ruolo della Turchia in Medio Oriente: risorsa o elemento destabilizzante?”, (1 Marzo, 2016, 16-18, Aula 19, Albergo dei Poveri)
  • Alberto de Sanctis (Università di Genova): “I paradigmi della guerra e della pace nell’Italia contemporanea: dalla Grande guerra alla guerra globale” (9 Marzo 2016, 14-16, Aula 7 Albergo dei Poveri)

Tutti gli incontri si svolgono alla sede del Dispo, Albergo dei Poveri, Piazzale Brignole 2, Genova.

Ci vediamo lì

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Parlare di conflitti, guerra e pace in Italia

In giorni come questi, segnati dalla crescente preoccupazione per possibili attacchi terroristici sul suolo europeo (e non solo), l’interesse generale verso i temi della sicurezza e della difesa tende naturalmente ad aumentare. I drammatici eventi in Sinai, Libano, Francia e Mali hanno data ribalta mediatica ad argomenti non sempre al centro del dibattito pubblico, come l’ISIL e le guerre in Iraq e Siria.

In Italia poi, l’attenzione verso le questioni internazionali è tradizionalmente basso, addirittura scarso per quanto riguarda gli affari militari. Per motivi culturali e politici (qui  e qui per una spiegazione più dettagliata) questi temi sono ai margini della discussione, sia in Parlamento (si pensi che 1/3 delle missioni all’estero post 1945 non è mai stata nemmeno approvata dalle Camere) che nei mezzi di comunicazione. Salvo limitate  eccezioni ed eventi “emergenziali”, come appunto gli attacchi di Parigi, il dibattito pubblico ha da anni messo in secondo (e terzo) piano issue legate alla politica internazionale e alla sicurezza globale. Anche l’Università non si distingue per un particolare impegno dato il numero limitato (in ottica comparata) di corsi e docenti che insegnano materie internazionalistiche o studi di sicurezza. Ma lasciare che la riflessione strategica nazionale sia demandata a pochi “esperti” (i quali, di fronte ad una diffusa ignoranza sul tema si lasciano spesso, e anche comprensibilmente, andare a “orizzonti di boria”) non è saggio né consigliabile.

Proprio per questo Venus in Arms segnala con piacere (come ha già fatto in un precedente post) il ciclo di seminari “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” (promosso dal Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Genova e organizzato da Andrea Catanzaro  e dal nostro Fabrizio Coticchia). Il ciclo di seminari si pone proprio lo scopo di approfondire i temi relativi all’evoluzione della sicurezza internazionale attraverso una serie di incontri, workshop e convegni con accademici, esperti e practitioner del settore.

La prossima settimana in particolare gli studenti avranno l’opportunità di discutere di guerra, pace e conflitti attraverso due prospettive diverse, ma capaciti di fornire un quadro dettagliato dell’evoluzione della sicurezza contemporanea.

Lunedì 23 Novembre (ore 12-14 aula 16, Dispo) il Generale Gianmarco Badialetti affronterà un tema sempre più rilevante: “Dal peacekeeping ai conflitti ibridi, l’evoluzione delle operazioni militari contemporanee”. Il giorno successivo, Martedì 24 Novembre (ore 12-14 aula 16, Dispo ), Francesco Vignarca, (Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo) illustrerà: “Le campagne per la pace e il disarmo: comunicazione, approcci e attori”. 

Si parlerà quindi di operazioni militari, missione in Afghanistan, trasformazione della Nato, pacifismo, F-35, campagne e mobilitazioni. Crediamo sia una scelta molto utile ed interessante, in un contesto nazionale caratterizzato più da polemiche sterili che da approfondimenti necessari.

Qui per un  dettaglio dei prossimi incontri.

Ci vediamo a Genova…

 

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Un’altra Difesa è possibile?

In un precedente post abbiamo affrontato il tema delle “contro-narrazioni strategiche” adottate da partiti e movimenti al fine di contrastare l’acquisto dei controversi caccia F-35. Le principali conclusioni alle quali giungeva l’articolo analizzato (qui – gated- la versione del paper presentato all’Annual ISA Conference di New Orleans – Febbraio 2015 ) evidenziavano la capacità delle contro-narrazioni elaborate in questi anni dai “movimenti pacifisti” e di alcune formazioni politiche in parlamento nel “guidare” il dibattito, concentrando l’attenzione sui costi e sui problemi del programma.

Al di là dei tradizionali frame valoriali del movimento (legati appunti alla pace e alla non violenza), il costante collegamento tra la crisi economica e la spesa per il caccia ha permesso di orientare la discussione secondo la prospettiva suggerita dalla campagna contraria agli F-35 (“Taglia le ali alle armi”), alimentando più di un dubbio sulla sua presunta efficacia e rilevanza. Il dato innovativo è rappresentato dalla capacità di questi attori di andare oltre all’immagine diffusa e stereotipata dei movimenti pacifisti, dimostrando elevata competenza tecnica e risultando così attori cruciali del dibattito, sia nei media sia in Parlamento (soprattutto quello dell’attuale Legislatura, molto più sensibile al tema dei precedenti).

Il paper metteva in luce una considerevole distanza tra questo livello di expertise e quello che abitualmente  emerge tra gli stessi soggetti in relazione ad una altro tema centrale in materia di difesa e sicurezza: le missioni militari all’estero.  Qui non si riscontra, infatti, lo stesso livello di innovatività nella (e nelle) contro-narrazione(i) ed i frame principali attengono quasi unicamente alla dimensione valoriale, legata alla pace, al multilateralismo, alle bandiere arcobaleno.

Perché tale differenza? Forse a causa dei temi (non così tecnici come quelli connessi ai sistemi d’arma) o forse per il ruolo svolto dalla “retorica delle missioni di pace” (base della narrazione dominante e capace di deprivare la contro-narrazione di una delle sue componenti-chiave). Sta di fatto che nelle ultime occasioni nelle quali si è dibattuto di operazioni all’estero (per esempio nel caso della guerra in Libia) la discussione è stata sempre guidata dalla narrazione dominante e frame realmente alternativi, riguardanti la dimensione strategica o quella dell’efficacia (come per l’F-35), sono emersi davvero raramente.

Proprio per questo motivo occorre seguire con interesse la campagna promossa da vari movimenti pacifisti e disarmisti denominata “Un’altra Difesa è possibile”. Cercando di andare oltre un iniziale scetticismo (spesso legato a proposte a prima vista apparentemente “utopiche”) che cosa emerge?

Il sito che promuove la campagna così descrive l’iniziativa: “Di fronte alla drammatica crisi economica e sociale del Paese, che sostanzialmente non ha sfiorato lo strumento militare, vogliamo fare un passo in avanti, promuovendo congiuntamente la Campagna per il disarmo e la difesa civile, lanciando la proposta di legge di iniziativa popolare per l’istituzione e il finanziamento del Dipartimento per la difesa civile, non armata e nonviolenta […] o strumento politico della legge di iniziativa popolare vuole aprire un confronto pubblico per ridefinire i concetti di difesa, sicurezza, minaccia, dando centralità alla Costituzione che “ripudia la guerra” (art. 11), afferma la difesa dei diritti di cittadinanza ed affida ad ogni cittadino il “sacro dovere della difesa della patria” (art. 52) […]Il finanziamento della nuova difesa civile dovrà avvenire grazie all’introduzione dell’”opzione fiscale”, cioè della possibilità per i cittadini, in sede di dichiarazione dei redditi, di destinare una certa quota alla difesa non armata…”

Vedremo, in altre parole, se i frame introdotti nella campagna sapranno efficacemente rappresentare un’alternativa alla visione bipartisan che ha caratterizzato la politica di difesa italiana nel contesto post-bipolare. Il dato davvero importante, ancora una volta, sarà la capacità di alimentare un dibattito sui temi della difesa. Ben venga, quindi, la discussione “ideologica”, che metta cioè a confronto visioni del mondo diverse e non si limiti alla pura retorica superficiale, cercando se possibile di arrivare anche alla dimensione strategica e politica dei temi affrontati.

Ah, il tutto in attesa dell’agognato Libro Bianco…

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Il curioso caso dei caccia F-35. Contro-narrazioni, opinione pubblica e difesa italiana.

Lo scopo principale di Venus in Arms è alimentare il dibattito sui temi della difesa, della sicurezza e delle relazioni internazionali, con una particolare attenzione rivolta all’Italia e all’Europa. L’idea è fornire una prospettiva “accademica” rispetto ad argomenti di discussione generale, senza la pretesa di promuovere una visione “alta” o “colta” delle cose ma con l’ambizione di delineare un quadro di analisi dettagliato ed articolato, che vada oltre le contingenze delle polemiche politiche.

Uno dei temi maggiormente controversi negli ultimi anni è stato l’acquisizione dei caccia F-35. La questione (cosa rara per la Difesa italiana) ha attirato una notevole attenzione mediatica, anche grazie alla vasta campagna promossa da organizzazioni pacifiste e disarmiste per contrastare il programma militare JSF.

All’interno di un più ampio progetto di ricerca volto a indagare il rapporto tra narrazioni strategiche, contro-narrazioni e opinione pubblica italiana, un caso di studio riguarda proprio il dibattito sui caccia F-35.

Il paper (“An alternative view: Counter-narratives, Italian public opinion and security issues”, presentato il 21 Novembre alla Conferenza Annuale dell’ASMI a Londra) esamina la natura e le caratteristiche delle cosiddette contro-narrazioni adottate da partiti e movimenti al fine di contrastare la narrazione strategica impiegata dai governi per giustificare determinate scelte nell’ambito della difesa e della sicurezza (per esempio, l’invio di soldati in missioni militari).

Ma cosa sono le “narrazioni strategiche”? Freedman definisce lestrategic narratives come: “Compelling storylines which can explain events convincingly and from which inferences can bedrawn” (2006, p.22). Le “narrazioni” sono modalità con le quali specifiche issue sono strutturate dagli attori e presentate al pubblico. Le narrazioni strategiche vanno studiate in relazione allaloro capacità di conquistare il consenso dell’opinione pubblica.

Le narrazioni strategiche sono trame convincenti, storie che possono spiegare gli eventi in maniera persuasiva. Le narrazioni sono strategiche perché sono costruite intenzionalmente, con il deliberato scopo di collegare tra loro gli eventi, formulare risposte che possano illustrare una determinata prospettiva della realtà evidenziando vincitori e vinti. Esse contengono messaggi, espliciti e non, circa futuri obiettivi, interessi percepiti e modalità di azione. Non si tratta di “storie inventate”, né di solo marketing o di pura propaganda, bensì di narrazioni capaci di ispirare il pubblico, introducendo termini e concetti tramite i quali gli attori identificano valori e obiettivi. Attraverso una storia convincente, la narrazione rende accettabili determinate scelte politiche (come quella di intervenire in un conflitto o di acquisire nuovi armamenti) che altrimenti non raccoglierebbero grande consenso.

La letteratura recente ha messo in luce quanto gli atteggiamenti del pubblico verso un conflitto siano modellati proprio dal tipo di narrazione che viene elaborata.

Quali sono i fattori che hanno reso convincenti le diverse strategic narrative di  fronte all’opinione pubblica italiana? Il grado di chiarezza degli obiettivi della missione, la consistenza con la realtà operativa, la coerenza con i valori (in primis pace e multilateralismo) e gli interessi nazionali, le prospettive di successo, la strategia di comunicazione e l’esistenza di “contro-narrazioni”, sono gli elementi-chiave che permettono di valutare l’efficacia della narrazione strategica.

De Graaf and Dimitriu (2012) parlano di “narrative dominance” intesa come bilancia tra narrazione e contro-narrazione. L’assenza di “storie alternative” garantisce un fondamentale supporto per la narrazione dominante. Al contrario, il sostegno del pubblico può essere eroso da “compelling counter-narratives designed to expose internal contradictions or weaknesses within the official strategic narratives” (Ringsmose and Børgesen 2011: 524). Pertanto, l’analisi delle contro-narrazioni rappresenta un passo decisivo per comprendere l’intricato rapporto tra narrative, security issue e opinione pubblica.

Il paper esamina due casi di studio: la missione militare in Libia del 2011 e, appunto, la decisione di acquisire i caccia F-35. Quali sono i contenuti delle contro-narrazioni strategiche che sono state elaborate da partiti e movimenti per contrastare la scelta di intervenire in Libia e di partecipare al programma JSF? Perché (per citare gli Smiths) some counter-narratives are more effective than others?

Attraverso interviste semi-strutturate, sondaggi, frame e discorse analysis di giornali, riviste e dibattito parlamentare delle ultime legislature, lo studio esamina la natura delle counter-narrative e ne valuta il complessivo livello di efficacia.

La ricerca è ancor in fase preliminare (un altro caso di studio affrontato ma non sviluppato appieno è il recente invio di armi in Iraq) ma permette di trarre già alcune indicazioni in seguito all’ampia analisi empirica. Questi sono alcuni dei risultati principali che riguardano il “caso F-35”.

1) Le forze armate, contrariamente a quanto avvenuto rispetto ad altri temi (come le missioni militari), hanno svolto un ruolo di primo piano nel delineare una precisa narrazione in merito al programma JSF. Gli elementi centrali della narrative sono stati finora i seguenti:

  • Urgente necessità di ammodernare la flotta composta da“aerei obsoleti”;
  • Rilevanza della partecipazione italiana a un progetto multinazionale tecnologicamente avanzato, fondamentale per garantire interoperabilità con alleati e ritorno industriale (anche grazie alla FACO di Cameri);
  • Incomparabili capacità di un caccia di quinta generazionenche può garantire un ampio spettro di missioni.
2) I partiti politici, di centro-destra e centro-sinistra, che hanno sostenuto la necessità di acquistare i caccia hanno puntato sui seguenti frame dominanti:
  • Frame tradizionale delle “missioni di pace”. Come evidenziato dall’ex Ministro Mauro: “ se si ama la pace bisogna armare la pace”;
  • Rilevanza strategica dei caccia per la Difesa italiana. La domanda non è se ci servono gli F-35 ma se: “Ci servono ancora le forze aeree?”;
  • Assenza di alternative (in particolare per la portaerei Cavour), data la necessità di sostituire un ampio numero di vettori;
  • Vantaggi economici (in primis in termini di posti di lavoro) legati alla partecipazione italiana al programma;
  • Frame della sicurezza dei soldati (importante sebbene impiegato marginalmente), garantita proprio dai nuovi aerei.
3) Il network di associazioni e movimenti che hanno contrastato la decisione di dotarsi dei caccia ha sviluppato nel corso degli anni un’ampia e strutturata campagna: “Taglia le Ali alle Armi”. Schematicamente possiamo evidenziare come accanto ai tradizionali frame “pacifisti”, che esprimono una nettacontrarierà valoriale rispetto all’acquisto del programma militare, troviamo una molteplicità di frame diversi, incentrati su aspetti economici e strategici. In particolare la contro-narrazione si è basata su:
  • Aligned frames volti a collegare costantemente i costi crescenti del programma agli ambiti nei quali tali fondisarebbero potuti essere impiegati (“con un F-35 possiamo costruire 387 asili e 21 treni per pendolari”). Un tradizionale approccio di “butter or guns” che la crisi finanziaria ha naturalmente agevolato.
  • Frame tesi a mettere in luce l’ambiguità della narrazione dominante: dai presunti vantaggi economici derivanti dal programma fino alle difficoltà tecniche incontrate dal mezzo, con ampio ricorso a rapporti ed analisi di centri di ricerca internazionali. In tal senso, però, il dato maggiormente rilevante è il crescente livello di expertise e approfondimento degli studi promossi dalle stesse organizzazioni. Un grado di analisi riconosciuto dal parlamento stesso che non si riscontra (anche per il tema trattato) in altri ambiti (come “le missioni di pace”).
  • Frame che riguardano la dimensione strategica connessa all’acquisizione dei caccia, a partire dalla loro funzione nelle operazioni contemporanee fino alle conseguenze relative ad una Difesa Europea e alle sue possibilità di integrazione
  • Frame legati ai diffusi riferimenti valoriali della pace e del disarmo (si pensi al tradizionale focus dedicato all’Articolo 11 della Costituzione).
4) I partiti politici contrari all’F-35 hanno spesso riproposto alcuni dei frame citati dalla campagna, enfatizzando i seguenti elementi:
  • Le difficoltà del programma sul piano dei costi, della performance e dei ritardi (“è un pozzo di San Patrizio”, oppure, citando il Senatore Di Pietro: “Il mio trattore funziona meglio ed è più sicuro”);
  • L’inconsistenza tra narrazione dominante “pacifista” e “reali” valori della pace (“è un aereo da attacco!”);
  • Le possibili duplicazioni tra F-35 ed Eurofighter ;
  • La mancanza di informazioni e dibattito (dal 2009 al 2012 il governo non ha presentato rapporti annuali sul programma);
  • Frame di tipo “strategico” volti a enfatizzare l’assenza di minacce tali da ricorrere all’acquisito di un caccia simile (“Chi ci attacca? I tedeschi? I visigoti?”)

Anche in questo caso si è fatto ricorso ad aligned frames per collegare le decisione di investire risorse ingenti nell’F35 invece spendere soldi pubblici in altri ambiti segnati dal contesto di crisi economica (si va dalla scuola ai Canadair, dalla Sanità ai Carabinieri, dalla protezione civile alle aree affette da calamità, dalla cooperazione allo sviluppo fino alla “lotta contro le slot machines”)

5) Il livello del dibattito pubblico e parlamentare aumenta a partire dalla fine del 2012 (in seguito alla riforma Di Paola e decisione di ridurre il numero di caccia da acquistare). Ma è l’inizio della nuova legislatura (a partire da metà 2013), a favorire un vero e proprio incremento della discussione, sia a livello mediatico sia in termini di attività parlamentare. Ciò è dovuto ad una pluralità di fattori: il successo del Movimento 5 Stelle (da sempre contrario agli F-35), il ritorno di formazioni di sinistra come SEL in parlamento, l’elezione di esponenti di spicco dei movimenti (come Giulio Marcon), il ruolo dei numerosi “parlamentari della pace”.

6) La contro-narrazione si dimostra fino a questo momento efficace. Il paper non si pone l’ambizione di provare nessi di causalità o correlazioni ma cerca di osservare la co-evoluzione tra narrazioni, andamento del dibattito e giudizio dell’opinione pubblica.  Cosa può indicare, quindi, un buon livello di efficacia da parte della contro-narrazione adottata da partiti e movimenti?

L’opinione pubblica italiana (circa l’’82%, secondo i dati dell’Osservatorio Politico del Centro Italiano di Studi Elettorali) è contraria al progetto. Non sono molte però le rilevazioni demoscopiche che si concentrano esclusivamente sugli F-35.

  • Dal 2012 in poi è stato ridotto il numero degli aerei che l’Italia si impegna a comprare, da 131 a 90. Più recentemente la “mozione Scanu” impegna il governo a “chiarire criticità e costi con l’obiettivo finale di dimezzare il budget finanziario originariamente previsto”, in linea con le indicazioni contenute nell’indagine conoscitiva della Commissione Difesa.
  • Il livello di dibattitto e discussione complessivo è notevolmente aumentato. Il processo di elaborazione del Libro Bianco ne è un’ulteriore prova.
  • I principali leader dei partiti italiani, da Bersani a Berlusconi, arrivando fino a Renzi, hanno espresso seri dubbi (se non aperta contrarietà) rispetto al programma. In altre parole, il clima politico verso il tema è decisamente cambiato.
  • I sostenitori dell’acquisto dei caccia riconoscono apertamente due aspetti rilevanti. Il primo è la necessità di cambiare la narrativa, di “trovare una storia più efficace per convincere l’opinione  pubblica”. Il secondo riguarda la credibilità delle fonti di informazioni sui caccia garantire dalla campagna e ritenute “le migliori” anche da molti supporter del progetto.

In conclusione, possiamo affermare come fino a questo momento la “strategic dominace” sia negativa. La contro-narrazione, cioè, appare più convincente della narrative ufficiale, spesso costretta ad inseguire su temi ed argomenti proposti dalla prima. La dimensione economica del progetto e il suo costo sono diventate il cuore della discussione pubblica. Le “storie” che si contrappongono non attengono unicamente alla dimensione valoriale (si/no alle armi). La moralità non riguarda solo alla decisione di comprare armi ma concerne in primis la scelta di spendere fondi pubblici ingenti per un programma militare caratterizzato anche da ritardi e problemi tecnici.

In generale il clima politico è mutato, il programma è stato ridotto, l’opinione pubblica è contraria, l’immagine di un aereo“inefficace” domina il dibattito.

In sintesi, dal punto di vista della contro-narrazione l’aspetto rilevante riguarda la complessa natura del “plot” adottato da partiti e movimenti, capace di andare oltre al solo frame della pace e del disarmo. Sarà interessante capire se in altri ambiti, in altri contesti(non così segnati dalla crisi economica) e in altri parlamenti, quegli stessi attori saranno capaci di sviluppare contro-narrazioni di questo tipo.

Per quanto riguarda l’F-35, le scelte definitive sul programma saranno condizionate dall’approvazione del tanto atteso Libro Bianco. Collegare la decisione di acquisire programmi militari a chiari obiettivi strategici appare saggia, al di là delle contingenze politiche del momento. Un’ovvietà, ma non nel caso italiano.

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