Renzi, l’ISIL e la politica estera italiana

Le minacce poste dell’ISIL e le modalità con le quali sconfiggere il sedicente Califfato hanno rappresentato i temi cruciali delle relazioni internazionali nel 2015. Gli attentati in Francia e in Medio Oriente, la guerra in Siria e in Iraq hanno naturalmente conquistato l’attenzione mediatica nell’anno che sta per giungere al termine.

Pertanto appare importante esaminare in dettaglio le scelte compiute dal governo italiano in materia. In seguito agli attacchi di Parigi, infatti, l’Italia ha deciso di “non mettersi l’elmetto”, come titolava il giornale di riferimento del governo. Occorre fare maggiore chiarezza su questo punto, al di là delle polemiche partitiche e delle strumentalizzazioni varie.

Tre dati vanno ricordati come premessa per un’adeguata riflessione:

  • L’Italia è impegnata militarmente nella colazione anti-ISIL a partire dall’Agosto del 2014, attraverso l’operazione “Prima Parthica” (qui per un dettaglio), basata su attività quali aiuto umanitario (nella primissima fase dell’intervento), addestramento di forze di sicurezza locali, voli di ricognizione. In poche parole, il tanto decantato attivismo tedesco (??) non è niente di più di quello che Roma fa da più di un anno ormai;
  • L’Italia da vari lustri fornisce un contributo considerevole alla sicurezza regionale e internazionale, dall’Afghanistan al Libano, dalla Somalia ai Balcani (in attesa di capire cosa fare in futuro Libia). Nel Mediterraneo, per esempio, l’impegno nazionale è significativo ormai da mesi. Anche in questo caso, non c’è paragone tra il dinamismo della politica di difesa italiana e quella tedesca (per una volta, partite di pallone escluse, a favore dell’Italia…). Certamente, soprattutto dall’inizio della crisi finanziaria il contributo militare italiano si è ridotto (per un’analisi dettagliata della trasformazione militare italiana nell’era post 2001 italiana si veda qui) per quanto esso rimanga considerevole anche in termini qualitativi (grazie all’esperienza accumulata nel tempo e ad asset-chiave, come Carabinieri e Genio);
  • Sebbene, quindi, non ci sia alcun “immobilismo” italiano, il governo ha certamente  agito con estrema prudenza in seguito alla richiesta francese di maggior impegno militare contro l’ISIL (in particolare attraverso i bombardamenti alle postazioni del Califfato). Una prudenza effettivamente diversa dal tradizionale approccio post-bipolare italiano all’impiego delle forze armate all’estero, molto dinamico e pronto a fornire il proprio supporto agli alleati (come avvenuto in tutte le principali aree di crisi degli ultimi venticinque anni). In altre parole, molti si sarebbero aspettati una maggiore disponibilità nel promuovere azioni d’attacco al suolo iracheno, data la presenza dei Tornado già al fronte (e come peraltro paventato già in passato come ipotesi percorribile). Solo dopo molte settimane il governo ha annunciato l’invio di nuovi soldati a Mosul, in seguito alle parole di Obama relative ad un impegno maggiore degli alleati. Un conto, quindi, è rispondere agli Stati Uniti e un altro è farlo rispetto alla Francia, pur in seguito al dramma deghi attentati di Parigi.

In sintesi quindi, occorre esaminare le possibili variabili esplicative di tale (apparente) discontinuità. Quali sono gli aspetti-chiave che permettono di capire l’approccio nazionale al contrasto dell’ISIL? Più in generale, quali sono le determinanti della politica estera e  di difesa del governo Renzi?

Come già illustrato in un precedente post, tali domande sono alla base di una ricerca che stiamo conducendo (considerando non solo il caso dell’ISIL ma anche altri ambiti di politica estera e di difesa, dalla Russia all’Unione Europea fino al tema dell’immigrazione) e che presenteremo alla prossima conferenza dell’International Studies Association ad Atlanta (Marzo 2016).

In via preliminare, possiamo illustrare alcune possibili spiegazioni (non mutuamente esclusive) delle scelte finora compiute del governo:

1)   Dall’emergere della crisi economica l’Italia ha obbligatoriamente modificato il proprio approccio ai temi di difesa e sicurezza. I constraints finanziari non consentirebbero più di sostenere quel livello di impiego delle forze all’estero che aveva contraddistinto l’Italia dalla fine della Guerra Fredda. Come in Mali così in Iraq, l’Italia non può essere ovunque perché non ha più le risorse. Questo porterebbe quindi ad una maggiore prudenza nell’uso della forza all’estero;

2)   Come ampiamente sottolineato dal governo e dal premier, le lezioni apprese degli interventi del passato (la Libia in primis) dovrebbero consigliare una maggiore cautela nell’impiego della forza militare per sconfiggere gruppi come l’ISIL. Più in generale, sono altri gli strumenti che dovrebbero essere privilegiati per combattere il terrorismo (da qui il focus governativo sulla “cultura” fino alla sempre più dibattuta cyber-security);

3)   Sebbene l’attenzione mediatica si sia “riversata” in Iraq e Siria, le crisi regionali degne di nota sono purtroppo molte altre. Le minacce poste all’Italia da aree strategicamente più rilevanti (di nuovo la Libia) imporrebbero di “prioritizzare” gli interventi, agendo con più cautela tra Bagdad e Damasco (senza dimenticare la centralità del rapporto con Stati Uniti e NATO, come emerso dalla volontà di non diminuire gli effettivi presenti in Afghanistan).

4)   La dimensione interna, infine, non può essere trascurata per capire le scelte dell’esecutivo. Secondo una spiegazione “domestica”, il focus principale del premier (come sottolineato a ripetizione durante la consueta conferenza stampa di fine anno) sono le riforme istituzionali ed economiche. Cioè la politica interna. Mostrare il fianco a possibili critiche dell’opposizione (dalla minoranza PD ai 5stelle) in seguito a una scelta ardita e potenzialmente impopolare di politica estera (cioè una missione di bombardamenti contro l’ISIL) sarebbe stato molto rischioso per Renzi.

Per schematizzare brutalmente, quindi: variabile economica, culturale, strategica o domestica?

In seguito ad un’analisi più approfondita (basata su interviste, documenti ufficiali, dibattito parlamentar e fonti secondarie) cercheremo di fornire qualche risposta più strutturata.

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Programma dei Seminari 2015-16 – “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” all’Università di Genova

Venus in Arms ha il piacere di presentarvi il ciclo di seminari “Guerra, Pace e Sicurezza alle porte del Mediterraneo” organizzato da Andrea Catanzaro  e Fabrizio Coticchia (DISPO, Università di Genova). Il ciclo di seminari si pone lo scopo di approfondire i temi relativi all’evoluzione della sicurezza internazionale attraverso una serie di incontri, workshop e convegni con accademici, esperti e practitioner del settore. Tali eventi sono direttamente collegati al corso “Guerre, Conflitti e Costruzione della Pace”, che illustra la trasformazione delle idee di pace e guerra nella storia del pensiero politico e nello scenario strategico contemporaneo. Il ciclo di seminari offre l’opportunità di analizzare – in una prospettiva interdisciplinare – la modalità con la quale stanno cambiando dottrine, strumenti e attori nella sicurezza contemporanea, dalle “nuove” forme di conflitto alle principali minacce. La crescente instabilità delle frontiere italiane ed europee ha sollevato una rinnovata attenzione su questi temi. In particolare, i recenti drammatici eventi nel Mediterraneo e Medio Oriente rivelano la cruciale importanza geopolitica dell’intera area. Quale ruolo svolgono l’Italia e l’Europa in questo scenario? Come stanno cambiando le forme di conflitto? Quali attori rivestono un ruolo essenziale? Quali strumenti possiedono le istituzioni per affrontare minacce e instabilità? Come stanno mutando i concetti stessi di pace e guerra? Il ciclo di seminari, che cerca di fornire preliminari risposte a queste domande, si struttura in due parti. La prima prevede degli incontri all’interno del corso ma aperti anche ad altri studenti interessati agli argomenti ad oggetto.  La seconda parte prevede invece degli eventi aperti a tutti, da workshop a convegni di un giorno fino alla presentazione di volumi.

Gli speaker (italiani e stranieri) provengono da università, istituzioni, giornali, riviste, centri di ricerca, forze armate, associazioni e NGOs. L’obiettivo è collegare in maniera sempre più stretta la necessaria riflessione teorica al dibattito corrente per meglio comprendere la complessità della sicurezza contemporanea. Una particolare attenzione, infine, darà dedicata alle possibilità di stage in alcune delle istituzioni rappresentate dai partecipanti agli incontri. Questi gli incontri previsti per i mesi di Novembre e Dicembre:

I seminari si svolgeranno presso il Dipartimento di Scienze Politiche (DISPO), Albergo dei Poveri, in P.le E. Brignole, 2

Seminari Novembre-Dicembre 2015

  • Alessandro Marrone (Ricercatore IAI): “IAI – Programma Sicurezza&Difesa. Stage allo IAI”, Martedì 17 Novembre 2015, 12.30-14 aula 9;
  • Gianmarco Badialetti (Generale di Brigata): “Dal peacekeeping ai conflitti ibridi, l’evoluzione delle operazioni militari contemporanee”. Lunedì 23 Novembre, ore 12-14 aula 16;
  • Francesco Vignarca, (Coordinatore Rete Italiana per il Disarmo): “Le campagne per la pace e il disarmo: comunicazione, approcci e attori”. Martedì 24 Novembre, ore 12-14 aula 16;

Ci vediamo a Genova….

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Tempi difficili: L’Agenda Politica del Nuovo Ministro degli Esteri

di Fabrizio Coticchia*

Il nuovo Ministro degli Esteri, in sostituzione di Federica Mogherini, ormai ufficialmente fuori dalla squadra del Governo Renzi, avendo assunto la carica di Alto Rappresentante della politica estera europea, si trova di fronte ad un elenco di urgenze da affrontare sin dai suoi primi passi.
Libia
Sebbene il livello d’interesse mediatico non corrisponda alla gravità della situazione sul terreno, il conflitto che da mesi devasta la Libia rappresenta una delle principali minacce per la sicurezza nazionale ed europea.

Il nuovo Ministro dovrà definire con chiarezza la strategia adottata per prevenire o arginare le conseguenze derivanti dall’arco d’instabilità che si protrae a tutto il Nord Africa e arriva oltre il Sahel.

Una particolare attenzione dovrà essere dedicata alla modalità con la quale l’Italia intende affrontare le “nuove minacce” alla sicurezza, dalle pandemie alla crescente peso della criminalità organizzata nel traffico di esseri umani, armi e droghe. Il recente passato fornisce un primo insegnamento rilevante: la risposta militare è di per sé insufficiente a risolvere il problema.

Isis
Il secondo contesto di crisi nel quale Roma si trova direttamente convolta è la “guerra all’Isis”.

Il drammatico scenario bellico presenta uno strano paradosso: alleati Nato (Turchia) che ostacolano nei fatti la resistenza all’Isis e attori, definiti da Unione europea (Ue) e Usa come “terroristi” (Hezbollah e Pkk), finora decisivi nel contrastare militarmente i jihadisti.

di Fabrizio Coticchia*

Al di là del controverso invio di armi ai combattenti peshmerga nel Kurdistan iracheno (a proposito, che fine hanno fatto quei vecchi sistemi d’arma? Sono arrivati a destinazione?) è chiaro che l’Italia e i suoi alleati dovranno sviluppare un approccio ben più ampio e complesso al problema.
Il nuovo Ministro dovrà decidere se dare continuità alle scelte da poco compiute (basate essenzialmente sull’addestramento delle forze irachene e sull’invio di mezzi e aiuti) oppure adottare una diversa strategia, sempre in linea con le istituzioni multilaterali di riferimento.

In ogni caso, il fallimento dell’intervento internazionale in Iraq e del processo politico seguente al ritiro delle forze occidentali rappresenta un’altra lezione fondamentale per il prossimo futuro.

Ucraina
Il terzo fronte “caldo” è quello Ucraino, nel quale il livello di conflittualità sul terreno non sembra svanire nonostante il cessate il fuoco e gli infruttuosi tentativi diplomatici che si sono rapidamente succeduti nel tempo.

La crisi in Europa orientale mette in luce le profonde difficoltà della politica estera europea e le sottostimate conseguenze del processo di allargamento della Nato.

All’interno dei suddetti framework multilaterali l’Italia è chiamata sempre di più a svolgere un ruolo di primo piano. La presenza di Federica Mogherini come Alto Rappresentante dell’Ue sarà senza dubbio un incentivo notevole verso tale direzione.

Oltre alle posizioni di rilievo nelle istituzioni comunitarie, l’Italia sarà chiamata a incrementare ove possibile la propria capacità d’influenza rispetto alle concrete scelte di politica estera dell’Ue.

Cooperazione allo sviluppo
Le decisioni strategiche, anche e soprattutto all’interno dei consessi multilaterali, dovranno essere collegate in modo coerente al tipo di strumento che l’Italia intende impiegare e al tipo di contributo che Roma è chiamata a fornire.

I constraints finanziari hanno notevolmente limitato nel recente passato la proiezione internazionale dell’Italia, a partire dalla sua struttura diplomatica. Si pensi soprattutto alle risorse destinate alla cooperazione internazionale, tagliate ferocemente negli ultimi anni e solo da poco tempo fortunatamente in ripresa.

In tal senso, la riforma del settore della cooperazione allo sviluppo  attraverso la nuova legge (attesa da più di due decenni) rappresenta uno dei maggiori traguardi raggiunti sul piano delle riforme interne attuate dai recenti governi.

Se le risorse destinate alla cooperazione sono sempre state storicamente limitate, il ruolo che hanno svolto le forze armate come asset principale della politica estera italiana nell’era post-bipolare è stato invece cruciale.

Per anni l’Italia ha fornito un contributo determinante alla sicurezza internazionale, inviando i propri soldati in tutti i principali fronti di crisi, dall’Afghanistan all’Iraq, dalla Somalia ai Balcani.

Ma il peso dell’eredità della Guerra Fredda non è stato cancellato del tutto, dal punto di vista culturale, organizzativo ed economico. Lo strumento militare nazionale non è infatti più sostenibile senza riforme drastiche, a partire dalla correzione dell’endemico squilibrio del suo bilancio.

La speranza è riposta nel nuovo Libro Bianco della Difesa (anche in questo caso, ben dodici anni di attesa) che finalmente consentirà di delineare obiettivi e caratteristiche delle nuove forze armate. La Farnesina dovrà quindi dedicare una particolare attenzione al processo di revisione strategica della difesa, favorendo sinergie e integrazione, ampliando lo sguardo anche alle sue componenti non militari.

Infine, soprattutto a livello di prestigio, credibilità internazionale e interna (dato la sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dell’argomento) il nuovo Ministro dovrà definitivamente risolvere il complesso “caso Marò”.

In conclusione, a fronte delle sfide urgenti e complesse che attendono il nuovo Ministro, la Farnesina è chiamata a sviluppare una nuova “narrazione strategica” che guidi l’Italia nel frammentato contesto internazionale attuale.

Una “trama” trasparente, coerente e convincente circa obiettivi e scopi della politica estera italiana, che permetta di alimentare il limitato dibattito nazionale sui temi globali e ottenere il consenso dell’opinione pubblica in merito alle difficili scelte di fondo da compiere.

 

*L’articolo è precedentemente apparso sul sito Affari Internazionali. Qui il link

 

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